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I postposi messi
Capitolo I
Una sera del mese di novembre 1628, su un'improbabile stradina lungo la sponda del lago di Como, si aggirava un tipo strano su uno skateboard. Era un frate, don Sciriobondio. Mentre faceva le evoluzioni sul suo mezzo vinto ai punti delle merendine, e non senza un certo vanto, alcuni pensieri lo tormentavano: "Ma se pessotto ordinava un dessert, era un tiramigiù? AR AR AR". Pensieri invero stupendi interrotti dall'arrivo di una Bravo taroccata tamarra, che inchiodò di fronte a lui. Don Sciriobondo si fermò, prese lo skate per la punta, e vide due loschissimi figuri scendere dalla fiat. Uno aveva ai piedi delle scarpe arancioni che ad ogni passo emettevano un rumore di criceto pestato al suolo, e un giubbotto dello stesso sobrio e mai volgare colore. L'altro aveva una voglia di figa sulla guancia, una voglia d'oro. Si, era il famoso Pube de Oro. "Sei tu Don Sciriobondo?" chiese Gd, aprendosi il giubbotto e lasciando intravedere il calcio di uno scacciacani. "Si, e voi cimminchia siete? Siete braviz?" "Abbastanza", rispose Pube grattandosi la figa,
quella sulla guancia. "Sei tu che devi sposare Renzo Ramello e l'Abella Kiakim?" "Si. Perchèz?" "Perché questo mercimon..ehm..matrimonio non sà da fare!" gridò Gd con un grugnito. "ok ok raga, come voletez. Ma per chi lavorate voiz?" "Per Von Rodriguex, incompetente" " Che nome crasto, ma cicci è?" "hey, qui le domande le facciamo noi!" esplose Gd "Chi è che le faz'" "NOI!" "AR AR AR hai risposto tu, fregatoz, mi sto incrastendo" I due bravi salirono sulla bravo e sgommarono via con la musica di battiato a palla. Don Scriabondo riprese lo skate, vide la discesa che lo portava in casa sua, si concentrò, e scese a tutta velocità. Entrò in casa a 216 km/h travolgendo la perpetua, Drirce, che trasforma l'uomo in porco (è una metafora NdT), e finendo non si sa come a letto. Scoparono selavaggiamente, e dopo Don Sciriabondo fumandosi una sigaretta al mentolo raccontò tutto a Drice, che si fece il segno della croce.
Capitolo II
Renzo Ramello era là, seduto al tavolino esterno del bar che guardava il culo delle passanti nascosto da "L'unità", pagina degli annunci. Cercava un lavoro a tempo determinato per poter mantenere la famiglia che da anni cercava di metter su. Vide un annuncio: "cercasi disperati pronti a tutto per marciare su Roma a Natale e conquistare il Vaticano. Astenersi perditempo". Prese il cellulare per chiamare, ma non fece in tempo. Gli squillò prima, spaventandolo un po', ma cercò di contenersi. "hey, don sciriobondo, perché rinviare il matrimonio?" "C'è un problemaz. Pessotto stà male. Ha avuto una ri-caduta! Ar ar ar!" "Basta cazzate! Sai chi sono io? Io sono
Ramello, Renzo Ramello!" "Si, si si ok, ma i bravi sono cattiviz (ar ar), e poi quello col giubbotto arancione voleva picchiarmiz". "Baby, io me ne frego. Io quel giubbotto arancione, se voglio, lo avvolgo ad una palla e lo rivendo come arancia gigante a un prezzo competitivo se voglio" "Unz" Continua, a richiesta.
Capitolo III
In casa Abella, l'Abella Kiakim stava guardando l'isola dei ca'mosci. "Matre" disse, "io amo
Renzo" "E Renzo ama te. Eppoi, diciamocelo, i Ramello sono una delle famiglie di spicco della Como bene" "Ma io non lo amo pe' i soldi, io lo amo dentro, perché è solare, è positivo" "Lo so figghia mia, che è positivo, ma molti ci riescono a convivere. Ma pecchè mi dici questo?" "perché ieri sera, al pub con le amiche, mi si è avvicinato un tipo" "Cu fù?" "Un tipo tenebroso, misterioso, affascinante" "Mengacci?" "NO! Era Von Rodriguex, il signorotto" "E cosa voleva quel brigante?" "Voleva trombarmi così, su quattro zampe." "Che scostumatezza quell'uomo" "Io gliela avrei anche data, ma mi devo sposare con
Renzo Ramello. C'ho dei principi, io" "Ho un'idea. Andiamo dall'AzzeccaWowrbugli!" "ma chi, l'avvocato specialista in schanzstuck?" "esatto figghia mia bela" "beeeee" "Ecco perché piaci al Von rodriguex" "Alura mister
Ramello, lei è bravo?" "certo, il migliore" "bene. Chi ha ucciso?" "Chi? "Lei" "Chi è che ho ucciso io?" "No! Lei!" "Ma lei chi?!" "PORCA TROIA! CHI TU AVERE UCCISO?" "ma di che cazzo stai parlando??" "Cerchiamo di mantenere un certo decoro, porca di quella grandissima.. Che problema hai?" "C'è un tipo coi baffetti che manda messaggini sconci sul cell della mia ganza" "Tranquillo. Ghe pensi mì. Mettiamo sotto intercettazione il numero del cornificante, sabotiamo i tabulati e lo colleghiamo con gli esponenti di hamas e di paparesta, e finisce in carcere per il resto dei suoi giorni, o al massimo a porta a porta. Come si chiama il furfante?" "Von Rodriguex" L'azzeccaWowrbugli tremò, un brivido lungo la schiena, salivazione azzerata, bocca aperta alla Munch. " Ah bè, non posso. Ho paura io del Von" "Ladro! Bastardo! E' tutto un magna magna! C'è cupola! Me ne vado!" "Figghia mia bela, mentre il sig.
Ramello sta avendo un incontro da gentlemen con l'azzeccaWowrbugli, noi andiamo da Fra'Cheo" "Ma chi? Quella persona stupenda che emette luce (non è luce NdT) dalla sua bellezza interiore?" "giusto lui. Mò iè mando 'na mail" Din don dan peterson. Il campanello. "Sono
Ramello, Renzo Ramello, fatemi entrare che mi girano i costosi" L'Abella kiakim e
Ramello si baciarono, si palparono, e nella foga della passione Ramello mise la lingua in bocca anche alla suocera. "L'avvocato è rubato come i campionati scorsi", disse
Ramello aprendo il frigo e prendendo un bacardi alla carota e al bastone. "Tranqui fanky, ho mandato una mail a FrA'
Cheo." "Grand'uomo" dissero tutt'e tre in coro. "E che classe"
Capitolo IV
Fra'Cheo pregava. Pregava perché Iddio onnipotente facesse rilasciare il cd di PES 5 che la playstation2 TM si stava ingoiando. Tirò giù un bestemmiane che il crocifisso cadde, ne scese il piccolo cristo che uscì piccolo piccolo dalla stanza. "Vai vai" disse
Frà Cheo accendendo il laptop. Oh, nuove mail. Allungamento del crocifisso, pornazzi con suore, il papa che offre consulenza gratuite, il cardinal martini che beve dando pacche a clooney, il cardinal suini che infanga lo stato. Solite cose. A parte una mail con mittente Abella. Era un appuntamento per incontrarsi. Okkey. Il frate prese i preservativi, e 50 fiorini non segnati e si avviò. Fra'
Cheo aspettò le due tonne al bar del centro di Como, sorseggiando un black russian e pensando che l'occidente ha dei validi motivi per non soccombere (? NdT). Arrivarono le tonne, con l'abella kiakim con la gonna alzata per tenere dentro le castagne e le pigne. "Allora tonne, che si dice?" "Oh grandissimo uomo, o immaginifico, o immune dal peccato." "Si ok, lo so già. Che succede?" "Succede che io mi devo sposare con
Renzo Ramello." "Aaahahahahahahah" "Perché ridi, ho immenso?" "No no, lasciamo stare. Davvero." "Vabbè, .e c'è Von Rodriguex che mi vuole leccare la pappagallina" "Quel vecchio briccone. CI vado a parlare io"
Capitolo V
Fra'Cheo si presentò a casa di Von rodriguex con un delicato presente: una capretta con le zampe legate, una pera infilata in bocca, e un ombrellino da drink infilato nel culo. Sapeva che in questo modo Von il signorotto sarebbe stato più ragionevole.
Frà Cheo irrumpe nell'enorme sala da pranzo e per poco non inciampò in un cameriere nano. "Ma dio por.." "Frà
Cheo, grandissimo uomo di casa e chiesa chiusa!" esclamò il Von. "Che sorpresa. E che regalo stupendo!" "Allora Von Rodriguex, la gente è piccola e la città mormora..Tu vuoi scopecchiarti l'abella kiakim" "Ma lei ci stà!" "Non è questo il punto. E' che non puoi sposarla" "Frà
Cheo" interruppe un pistolotto ospite a pranzo del Von, " che ne pensa della politica estera degli USA?" "Oh pistolotto, gli usa vi hanno fatto credere di essere stati sulla luna, vi hanno fatto crollare le torri in testa accusando gli islamisti, vuoi che non riescano a mettere un paio di missilotti con gas e dire che erano già là? Ora vai, e rimanici" Il Von interruppe il simposio con un rutto ventriloquo, "Andiamo a parlare nell'altra sala, frate"
Capitolo VI
Il dialogo tra i due cominciò a scaldarsi. "Devi lasciare stare l'abella kiakim" "No, io mi sono innamorato di lei, la devo avere!" "Cazzate, l'amore non esiste, non quello gratis almeno! Devi lasciare in pace quei disgraz.quei timorosi di dio!" Cominciò a volare un piatto. "E sennò?" chiese arrogante il Von. Cominciò a volare un gatto. "sennò maledico te e tutti gli animali di questa cazzo di casa!" "Arrghh, fuori da casa mia!" "OK! Torno da mia madre e che ti scoppi una gallina mentre l'inculi"
Frà Cheo, elegantemente,abbandonò la casa. Ma non prima di aver scambiato due parole, in gran secreto, col maggiordomo. "hey pinguino, ti interessano 30 fiorini?" "Cerrto", rispose l'altro calandosi le brache e girandosi. "No, capisti male, figlio di gomorra. Questa casa ti ha traviato. 30 fiorini per tenermi informato sul Von Rodriguex" Intanto: "L'unica cosa da fare è strappare il matrimonio a Don Sciriobbondio" disse la matre della Kiakim. "Ci presentiamo di nascosto con due testimoni, assaltiamo la casa con lacrimogeni e fumogeni dalle finestre, un ariete per sfondare la porta, fuoco di copertura per." "Ci stò!" esclamò
Renzo Ramello, sputando tabacco per terra, " io sono Ramello, Renzo
Ramello, gridò caricando la sua colt 6 colpi e cominciando a sparare sulle pentole sul gas. L'Abella kiakim pianse. E
Renzo Ramello uscì per cercare due suoi amici come testimoni.
Capitolo VII
Frà Cheo nascose la vodka sotto le rose ed entrò in casa Abella. "Niente da fare, donne di porca fede, il Von Rodriguex è uno tosto. Avrete di sicuro un piano B, con quelle facce" Dunque, si accordarono tutti per il piano B: invadere la casetta di marzapane di don Sciriobondo e obbligarlo a sposare i due improbabili amanti. Tutto stava per finire a tarallucci e vino, quando suonò il campanello. "vado io" disse
Frà Cheo alzandosi e tirando una scora che tutti si fecero il segno della croce sussurrando che dio è grande. "Cosa vuoi, negro?" "Io siriano, tengo famiglia, no lavoro" "E ammè lo dici che sono frate?... hey, cosa sbirci, sporco ebreo?" "no no volevo vedere se c'era qualcuno in casa" "Brutto frocio del cazzo, sei fortunato che sono uomo di chiesa nel pieno delle mie funzioni". Gli chiuse la porta sul muso. "Gente", si risiedette
Frà Cheo versandosi del tavernello, " Ci saranno dei guai. Quello era uno degli uomini della gang di von rodriguex, l'ho riconosciuto dall'orecchio marcato a fuoco" "Allora.." si alzò gello ubriaco fracido, "Stasera sarà il piano B. Ho i miei due testimoni. Stasera mi sposo! Allegria!". Kiakim pianse.
Frà Cheo se ne andò lasciando 15 fiorini per la cena, e gli altri uscirono con l'audi A6 verde patacca station wagon di
Renzo Ramello. I due testimoni furono investiti da Renzo Ramello che al buio, ubriaco, non fece in tempo a vedere. "Dio sarà il mio testimone di nozze!" gridò nella notte facendo a pezzi i cadaveri degli amici con il cric.
Capitolo VIII
La notte degli imbrogli- L'audi di Renzo Ramello arrivò a fari spenti di fronte alla dimora del don sciriobondo. "Aspettatemi in macchina, quando neutralizzo il don vi chiamo, ci sposiamo e finalmente faremo all'amore tutti insieme in un campo di grano padano". Egli scese, un uzi per mano, e un manganello. Rapido e silenzioso come una lince entrò dalla finestra e cercò il don. Finalmente lo vide, di fronte al pc, di spalle. Non capiva cosa stesse facendo, gli si muoveva il gomito, la testa sussultava con regolarità. "Stà pregando" pensò il
Ramello. Poi, l'attacco. Ramello si elevò in tutta la sua potenza urlando "Io sono
Ramello, Renzo Ramello!!" e scarico due caricatori contro la sedia a dondolo vuota. Don sciriobbondio ebbe uno spasmo e sparò qualcosa sul cucù, che dubito si avventurerà fuori dalla gabbietta nei prossimi cambi di ora. Don Scirio, abile come una faina, si alzò abbottonandosi, "Ramelloz! Stavo pregando per te!".
Ramello gli saltò addosso. Ci fu collutazionez, urla, grida, e pezzi di carne che volavano. Il baccano svegliò il campanaro di Don Sciriobondo, Anbrocio, che pensando si trattasse del ku Klus klan, si attaccò alla fune e scampanò di bestia che rimase rinconglionito fino alla fine del diciassettesimo secolo. L'abella kiakim e la madre, sconvolte dal campanaccio, misero in moto l'audi verde di
Ramello e sgommano via in prima, senza mai cambiare marcia. Lo stesso
Renzo Ramello, finite le munizioni e col manganello ormai perso chissà in che buco, abbandonò la scena della battaglia urlando "I'll be back!", e si perse nei campi di pannocchie, il golosone. Poco prima, Pube de Oro e Gd facevano appostamento in auto di fronte alla casa di kiakim. "il piano di startigrisofast è geniale: rapire kiakim da casa sua", disse gd lustrando di nutella le scarpe arancioni per attutirne lo sgargiante colore. "C'ho voglia di figa", disse pube mangiando una ciambella. "Lo so", rispose gd. "Hey, mi sto annoiando, entriamo in azione. I due campioni scese dall'auto, e cacchi cacchi sbirciarono dalla finestra di casa abella. "Ma non c'è nessuno, dio arancio" "Hey, che cazzo è questo rumore?", il campanaccio di Anbrocio risuonò in tutta Como. Pensando fosse la buoncostume, i due eroi scapparono nella notte. Messaggio sul cell di
Renzo Ramello: " fratello, vediamoci tutti a monza. Ho prenotato per un giro con auto gt sul circuito. Bye,
Frà Keo"
Capitolo IX
Monza, circuito.
Dopo che i quattro hanno gareggiato con altri amatori, Re Alonso di
Spagna, Il Fattore di Scarpe, uno di Massa, uno pugliese che abitava nei
Trulli, decisero di doversi dividere, perché si sa, l'unione fa la
forza. Renzo Ramello, dopo aver speso quattromila fiorini per rifare il cambio alla sua Audi A6, si diresse verso Milano. Le donne invece verso un convento di cappuccini su consiglio di
Frà Cheo. Grand'uomo invero. Le donne bussarono. La porta, bene o male, si aprì. "Cappuccino?" chiese kiakim. " si grazie, con tanta schiuma, e un paio di croissant alla marmellata" Si richiuse la porta. Kiakim pianse. Deluse da un mondo che sembrava non appartenere più loro, si diressero verso il monastero di santa margherita ligure. Giunte al maniero, bussarono, al solito. La porta, bene o male, si aprì. Un brutto volto, ma brutto brutto brutto, ma brutto soprattutto dentro, si mostrò alle donne. Kiakim, tremando come un budino, chiese "Questa è la casa di dio?" Una voce brasiliana con sottofondo di caracas, sussurrò "Dio majuscolo, figliola" Le donne si guardarono, e scoppiarono a piangere. Storia della Monaca di Monza. In una giorno di festa (festa poi soppressa all'unanimità, NdT) di un mese a caso del 1600, su una gondola ormeggiata sul rio delle amazzoni in Brasile, viene alla luce un fagotto umano, tra spasmi atroci e urla irripetibili, non della mamma, ma del padre che lo aveva appena visto. Il padre, spagnolo, massaggiatore di tori prima delle corride, era scappato in sudamerica dopo aver masturbato il toro senza consenso di quest'ultimo. La madre non si sa, né si vuole sapere. Comunque sia, nasce questo cucciolo d'uomo minuscolo. La sua prima parola rimane un incubo nelle menti già provate dei genitori: "Maiuscolo". Il giovane si adatta presto alla vita selvatica dell'amazzonia, giocando coi coccodritti, parlando con i tucani, e vivendo una bella, onesta e platonica amicizia con un capo orango, Motumbo. Il giovane cresce così, come una libellula, fino ai 16 anni, quando Motumbo gli fa capire, in un modo e soprattutto nell'altro, che la loro amicizia, stupenda, si sta trasformando in qualcosa di più profondo e immenso. Il Brasiliano scopre l'amore. E scopre come esso sia sì profondo, ma, cazzo, anche doloroso. Per altri due anni brazil vive così, in una capanna di sterco e panna (non è panna, NdT), circondato, e non solo, dalla Natura, mangiando e bevendo a sbafo del mondo, venerando tanti dèi quanti sono i serpenti che nella vita lo hanno sorpreso mentre defecava. Un paganesimo convinto, sicuro, un'idolatria pura anche verso le bacche, tantopeddire. Compiuti diciotto anni, e dimostrandone quarantatrè, giunge alla sua palafitta un pony express. "Hey, chissei?" " Pony express. Ho un pacco dhl per un certo brazil" Brazil, titubante, apre il pacco e legge la lettera. Mittente: Papà e mammà.
Capitolo X
Continua l'emblematica storia della Monaca di Monza- Come da istruzioni nella lettera, brasil si presenta all'appuntamento presso un stabilimento di addestramento di trote monache d'assalto sulle rive del Rio delle Amazzoni, e lì, dopo aver intravisto l'ombra di Maria del Filippi, il suoi occhi vacui incrociano quelli del padre. Corrono l'uno verso l'altro, si abbracciano, si stringono, si vogliono bene. "Mi dispiace averti abbandonato diciotto anni fa", dice il padre, stanco, "in questa giungla del cazzo" "Non fa niente. Capita" Il padre lo guarda, e scoppia a piangere. "Perché piangi, padre? E dov'è la mamma?" "La mamma è là, aspetta, te la vado a chiamare" Il padre si allontana e scompare dietro un muro. Lì ci sono la mamma, Motumbo vestito in smoking, e FrA'
Cheo appoggiato al muro, che arriva direttamente dal carnevale di rio. Il padre, incerto, dice "Lo vedo un po' così, il nostro amato pargolo" "Perché parli così, oh padre di mio figlio?" "Forse perché cammina a quattro zampe poggiando le nocche per terra come me?" chiede motumbo. "No, c'è dell'altro", dice il padre strizzandosi le palle. "Forse perché è pagano e non crede né nel vero dio, né nella vera croce, né nella veronica, né nella sacra sindone, né al graal, né allo scudetto all'inter?" chiese
Frà Cheo, tenendo sempre sotto controllo motumbo. "Ci stiamo avvicinando" disse 'o padre. "Ho capito", disse
Frà Cheo, "E' ghei" "NOOOOOOOOO. GHEY NOOOOOO!!" urla il padre, la madre si strappa i capelli, e strappa un po' anche quelli del marito. "Com'è successo?" chiede
Frà Cheo a motumbo, l'indiziato in causa. "è una storia lunga", glissa motumbo. "Parlacene, o capo o rango, di come è diventato gaio" "Ok. Anni fa una femmina stupenda fece la corte a brasil. Una femmina come poche, qualcosa di ecceziunale veramente. Alta, snella, sexy, selvatica ed elegante. Uno sguardo, un collo da baciare", risponde motumbo "Allora c'erano umani nella vostra zona?", chiede
Frà Cheo stappando una birra. "Ma che umani. Era una giraffa" "Continua, ti prego" "Questa giraffa, gran femmina, si appostò davanti a brazil, dandogli le spalle. Brasil capì che doveva scoparsela, sarebbe stata la sua prima volta con una femmina, tutta la giungla sbirciava quel gran momento. I coccodritti stessi piangevano" "E cosa accadde?" "Accadde che brazil, povera bestia, nonostante immensi sforzi e fatiche non ci arrivava col pistolino alla giraffa, gran femmina. Questo gli creò un complesso di incompiutezza, di inconcludenza, di inadeguatezza, di inadempienza, di." "Si si, hai reso l'idea" "..e da allora rifugge le femmine come il topo dalle trappole, e mi è diventato ghei" "NOOOOO, GHEI NOOOOO. PAGANO E GHEI!", piange il padre, la madre sviene. "Ho un'idea, o malsani" dice
Frà Cheo. "Per correggere la sua paganità e la sua frociezza, non ci resta che mandarlo." "Affanculo!" grida una voce lontana. "No. In un convento di francescani scazzi" conclude
Frà Cheo. "No, o immenso. Lì non riuscirebbe a trovare il tempo di pregare, avrebbe troppi cazzi a cui pensare. Mandiamolo in un convento di suore. Tutte vergini, dai sedici ai venticinque anni, tutte fighe e con la passera che urla desiderio", dice motumbo versione pensatore. "il paradiso." dice
Frà Cheo, sbavando "No. L'inferno. Per lui" Brasil, finalmente, si avvicina. "Che c'è?", esso chiede. "Tu sei ghei. Verrai mandato in un convento di vergini, e conoscerai dio" "NOOOOO!!" urla brazil, piangendo. Per fare in modo che venga scambiato per una femmina,
Frà Cheo dà ordini: viene legato a terra, il suo muso viene piallato con un impasto di creta, ricotta, terra di siena, catrame bituminoso, mosto, colla di pesce e grasso suino, e i suoi capelli, per schiarirli, con zafferano, albume, caglio e pancetta. Ne esce un capolavoro, a suo modo. Pelle liscia come un nasello, capelli biondi marylin. "Facciamo la prova del bove. Leggi questa frase, brasil", dice
Frà Cheo porgendogli un biglietto. "Happy birthday, Mr. President", squittisce brasil. "Perfetta!", il coro unanime. Tutti a stappare bottiglie di spumante per festeggiare l'impresa di genetica ante litteram, cori, balli, orgie, bische clandestine, scommesse sui Cavalli, e anche sui Versace. In tutta questa gioia, brasil se la scappa, fugge veloce e biondo verso un'imbarcazione e lì dentro, finalmente, piange e si addormenta. Dopo qualche ora si sveglia. Con un polipo in testa. E circondato da altri polipi. Si strappa il polpo, sale in coperta e, tutt'attorno a lui l'oceano. Erano salpati. Ma chi? "Ah, ti sei svegliata" urla il capitano, un ex dj di radio pigiama, la radio che dorme. "Io mi chiamo dj Lembo, e siamo diretti in Palestina ad esportare polpi sudamericani" Brasil, barcolanndo, va a poppa e riflette sul suo destino. Senza accorgersi che un polpo gli sta scopando il polpaccio.
Capitolo X bis
continua l'assurda storia della Monaca di Monza -
L'imbarcazione, un dignitosissimo otto metri ad un albero, un banano per la precisione, continua il suo viaggio per l'Atlantico. Brasil, con grosse occhiaie, ogni tanto sale sul ponte e osserva quel vecchio lupo di mare di Dj Lembo, di cui apprezza lo stile marinaro: invece del timone, due piatti per scratchare di bestia, e la testa che si muove avanti e indietro come se seguisse un suo personalissimo unz unz. Il viaggio è lungo ma noioso, e fanno amicizia. Una sera, decidono di parlare del loro tormentato passato, con la luna che rischiara i loro volti marcati dal destino. Parlano così, per ore, aprendosi il cuore l'un l'altro, fino ad addormentarsi. La mattina, l'imbarcazione finisce per arenarsi in una baia di Cuba. Un vecchio e benpensante pescatore cubano di spugne si avvicina e vede due uomini che dormono, uno con la testa sulla spalla dell'altro, e l'altro con la mano tra le coscie dell'uno. Da quel giorno, quella baia fu conosciuto come la Baia dei Porci. Il viaggio procede che è una meraviglia, superano con agilità lo stretto di Gibilterra, percorrono tutto il mediterraneo fluttuando tra i flutti come razze, e, dopo sette mesi di piacevolissimo tour, sbarcano in grande stile sulle coste della Palestina mentre radio Pigiama dà in onda "Frankie goes to Hollywood". Brasil è diverso da quando aveva lasciato la sua terra: ora i suoi capelli sono castani, lunghi fino al culo, la barba sfatta, la pelle di un colorito argilloso. "Bene, siamo arrivati", sorride DJ Lembo, "è ora di fare affari d'oro. Tu vatti a fare un giro che io incontro delle personcine ammodo, come me". Brasil se la gira per i kibbutz, tutto felice di scoprire luoghi nuovi e nuove culture. Ma il destino, sempre più beffardo, fà sì che si imbatte, non visto, nel suo compagno di viaggio mentre parlotta con un tipo losco. Grazie a dio, brasil legge il labiale, tecnica acquisita in giovinezza quando cercava di comprendere i discorsi degli ippopotami. E capisce che il suo amico dj lembo lo sta vendendo ad un circo. Deluso, si avvicina ai due. "Lascia che ti presenti, brasil. Questo è Respecto Iscariota, lavora nel mondo dello spettacolo" I due si guardano. Forse si piacciono. "Ho in mente grandi cose per te, ragazzo", dice respecto. "Io sono un'idealista, un visionario, una persona ricca dentro!", esclama brasil. "Lo so. Tu sei della stessa materia di cui sono fatti i togni. Per questo verrai a lavorare per me al circo, vivo o morto!", sussurra respecto levandosi dei fili di paglia dai capelli. Brasil, a questo punto, scappa veloce ed elegante come un ratto tra le vie del paese, e si nasconde su un carro bestiame. E, ovviamente, piange e si addormenta. Si sveglia dopo qualche ora, con uno zoccolo che gli preme la gola. Se lo leva senza svegliare il bovino maleducato ed esce allo scoperto. Nazareth! Brasil, povero, non sa nulla di quella città, né perché è conosciuta, essendo pagano come un boscimano. Stanco ed esausto, ha di nuovo sonno. Si intrufola in un'abitazione rapido come un daino e si nasconde, buio buio, nell'armadio e, dopo aver pianto un po', sia addormenta. Ora, a nazaret in quei giorni c'è una festa particolare. Per celebrare il cristo immenso nostro signore figlio d'iddio, si ritualizza il sacro momento della crocifissione utilizzando un manichino. Due persone addette entrano nell'abitazione, aprono l'armadio, prendono il manichino, lo buttano in un sacco nero della spazzatura e si avviano sulla collinetta dove s'erge la croce vuota. Brasil, finalmente, si sveglia. Si sveglia appeso ad una croce. Lui, così ignaro e ignavo del significato. Di fronte a lui ottantamila persone timorose di dio. Il rito prevede un afterhour di 33 ore ininterrotte di preghiere e letture dell'Antico testamento, del Nuovo testamento, dei salmi, dei vangeli, del leviatano, della bibbia, della formazione di italia- germania 4-3, mentre delle enormi casse trasmettono Radio Pigiama che per l'occasione manda per 33 ore "candle in the wind" di elton jon. Pian pianino brasil scopre il Verbo, si avvicina alla religione cristiana, si addentra nell'escatologia come un tarlo nelle sedie. Conosce il Vero & Unico Dio Che In Realtà è 3, e se hai tre, insomma, lo vedi. E' in questo modo che brasil ci diventa un buon cristiano. Ma tutto questo sarebbe nulla se ad un certo punto un ometto non gli si avvicinasse all'orecchio per sussurrargli:" Tu sei Cristo!", martellandogli i chiodi nella carne. Brasil sviene, o dorme, mentre la gente ulula di gioia cristiana. Brasil si sveglia, scende dalla croce. Un cristiano. Un uomo nuovo. L'uomo nuovo. Capisce che deve andare a diffondere il verbo. E così si incammina, testa bassa, piedi nudi, flagellandosi la schiena e pregando, e dopo otto mesi di sofferenza giunge a Monza, dove apre un centro massaggi, come copertura di un convento. Ed è qui e così che lo ritroviamo nella nostra imbarazzante storia, che accoglie l'Abella Kiakim e la madre, con il soprannome di Fica Monaca di Monza, data la sua avvenenza. -
Fine della cazzutissima storia della Monaca di Monza ?
Capitolo XI
Un gabbiano librava nell'aria, nella notte. Era un gabbiano felice, sicuro di sé, ottimista. Solo un problema lo affliggeva, uno dei mali moderni. Era stitico, di una stitichezza lunare, una stitichezza che lo appesantiva dentro. Cercò di fare un otto nell'aria, per mettersi alla prova, per mettersi in discussione. Ma una corrente ascensionale gli impedì di completare la figura, raffreddandogli il pancino gonfio, che d'un tratto, come stappato, si svuotò lasciando cadere uno stronzo biblico, lungo un metro, pesante due chili. Il volo verticale trasformò lo stronzo in un'arma, acquisendo un peso effettivo di dieci chili. E, dopo aver fuso l'aria, atterrò su un cofano di una Bravo nera posteggiata, ammaccandolo. "Dannato uccello!", gridò gd. "Non ti tira più eh?", chiese Pube con la gamba destra fuori dal finestrino. "Che mondo di merda! Almeno poteva cadere sul tetto, che l'ho fatto ricoprire di pelo rosa. A proposito, ti piace?" "Raffinatissimo, di gusto davvero esclusivo" Gd sorrise compiaciuto. "Siamo una bella coppia eh, pube?" "Stupenda, starsk..ehm..gd" "Bè", disse gd scendendo dall'auto, "mentre aspettiamo Startgrisofast vado a vedere quella vetrina di scarpe". Mentre dall'autoradio Radio Pigiama, la radio che riposa, mandava a volume massimo "Fast Love" di Gerorge Michael, Gd si allontanò verso la vetrina,. Nel buio della notte, uno sguardo inesperto ed innocente avrebbe visto una palla arancione e poco sotto due pallini dello stesso colore che si muovevano. Qualcuno, nel vedere quelle luci nella notte, non ebbe dubbi nell'attribuirgli la paternità dei misteriosi cerchi nel grano. Comunque sia, poco dopo arrivò un sidecar, che si fermò accanto all'auto dei bravi, con un rumore di pastiglie dei freni da cambiare immediatamente. Dalla moto scese Startigrisofast, con un turbante, e dal sidecar scese un nano alto trenta centimetri vestito da cowboy. Gd, dopo aver commentato le scarpe e i loro assurdi colori, tornò alla sua auto. Startigriso si avvicinò, notò l'enorme stronzo sul cofano, e disse: "Stronzi fuori dall'auto, stronzi dentro." I due bravi sorrisero, per convenienza. "Chi è quel nano, capo?", chiese Pube. "Si chiama Otto, ed è il mio nano di fiducia", rispose Startigriso, serio come solo lui. "Ma non sono qui per parlare di Otto nano, ma per parlare di voi, della vostra incompetenza, della vostra incapacità genetica, culturale, storica e fisica di obbedire ad un semplice ordine: rapire una semplice donna dalla sua semplice casa!" urlò Startigriso nella notte. I pochi passanti accelerarono il passo per levarsi dai coglioni il più velocemente possibile. "E adesso chi glielo dice al Von rodriguex di questo scempio, di questa inesperienza sbattuta così ai quattro venti?", continuò Startigriso, tenendo per mano il nano. "Bè, sei tu il capo, devi parlarci tu. La gerarchia è importante", disse Pube, tirando su il sedile. "Scusa, ripeti, non ho sentito. Ti stavo guardando la figa. Non mi ci abituerò mai, credo", rispose un eccitato Startigriso. "Dicevo", ripetè Pube, "che devi andarci tu dal von Rodriguex, e ti consiglio di levarti il turbante se non vuoi che ti scambi per un'enorme marmotta, colle conseguenze che tutti noi, purtroppo, sappiamo" Gd sghignazzò, poi vide che il nano lo stava fissando e tornò serio. "Si vado io. Ma non finisce qui. Sono stanco di voi". E si allontanò, salì sulla moto, e col nano a fianco, che puntava verso di loro una rivoltella solo per provocarli, scomparvero nella notte. "Quel nano non mi piace", disse Gd salendo in auto. "E' solo un semplice nano", rispose Pube, lisciandosi la sua nuova giacca di penne di merlo. "Come può un nano vestirsi da cowboy? Hai visto come mi fissava?" "E' solo un semplice nano. Piuttosto, andiamo a tirare sassate contro la casa di Don Sciriobondio, così, per divertisse", rispose Pube Gd accese l'auto, aumentò i volume dell'autoradio, e sgasò via, mentre Radio Pigiama, la radio che non dorme, mandava "It's raining men" di Aretra Franklin. Lasciato il nano sul sidecar, Stratigriso entrò nel palazzotto di Von Rodriguex. Sui muri numerosi wide screen con documentari su animali. Salì le scale dove incrociò un furetto che tutto sudato stava scendendo goffamente. Entrò nel salone del Von, che era allo specchio mentre si spuntava i baffetti. "Brutte notizie, von Rodriguex", disse Startigriso sommesso. "Si è fermata l'importazione illegale di pecore merinos?", rispose il Von. "No. Quella và che è 'na bellezza.I bravi..invece..hanno fallito il rapimento dell'Abella Kiakim" Von Rodriguex si voltò di scatto, col volto scuro, del fumo gli uscì dalle narici dalla rabbia. Fumo di lontra, ovviamente. Con un urlo chiamò il suo maggiordomo musulmano sciita: "Baathista!!! Porta la batteria!" Pochi secondi dopo entrò nella stanza il maggiordomo con una batteria di diciassette galline e la mise accanto al Von rodriguex. Startigriso non capiva, e gli dispiaceva anche che Otto nano stesse aspettando così tanto. Von osservò le galline in faccia una per una, poi cacciò un urlo spaventoso. Dalla paura le galline cagarono uova a ripetitio, e il Von man mano che erano cagate e calde le prese e cominciò a tirarle addosso a Startigriso, urlandogli: "Razza di sfaticati! Interisti! Pigri! Bradipi! Imbelli!" Startigriso si riparava come poteva. E non poteva. "Ora vai in città e scopri se qualcuno ha scoperto me dietro il tentato rapimento! Poi cerca di capire dove si nasconde l'Abella Kiakim (dio, come mi eccito solo a citarla). Eppoi cerca di far incolpare
Frà Cheo di rapimento, calunnia, estorsione e atti osceni in loco pubblico!!! MUOVITI!!" Startigriso uscì con rapidità. In tutta la casa, intanto, in diffusione, Radio Pigiama, la radio che non scappa, mandava "Run, baby run"
Capitolo XI bis
Ricordiamo ai nostri venticinque elettori che mentre tutto questo scempio prendeva forma, il bel
Renzo Ramello, e scusate se è poco, si dirigeva verso Milano, in fuga dal complotto di quel pirata ed un signore che era Von rodriguex. Così, sulla statale per andare a milano, guidando la sua Audi A6 verde ramingo col braccio fuori, ascoltava radio pigiama, la radio che ti accompagna, che dava "Call me" (soundtrack di American Gigolo, NdT). Il viaggio pareva proseguire secondo i piani, senonchè,
ad un certo punto, gli tagliò la strada a folle velocità un sidecar
guidato da un nano vestito da cowboy. Renzo Ramello inchiodò, ma non abbastanza. Prese in pieno la moto, gettando il nano non solo nello sconforto ma anche in un enorme pollaio, sbandando egli stesso e finendo fuori strada contro una palma secolare. Pettinatissimo,
Ramello uscì dall'auto, e si avvicinò al nano moribondo. La disperazione lo prese. Che fare? Aveva già tanti guai, era meglio risolvere questo problema con l'eleganza e la lu lucidità che lo elevavano dalla massa. Gettò benzina sul pollaio con dentro il nano che rantolava, e gli diede fuoco. Un enorme falò prese forma, tra piume di polli arrosto nell'aria e un nauseante odore di nano bruciato. Dopo aver bruciato anche la sua auto, irreparabile, si incamminò sulla strada. Era difficile non notarlo, il
Renzo Ramello, che chiedeva l'autostop così vestito: completo bianco con pantalone a zeppa, camicia nera aperta, medaglione di latta con le iniziale RR, capello imbrillantinato. E infatti si fermò un autotreno di 15 metri, un veiculo longo. "Sali", disse il camionista.
Ramello salì. "Dove sei diretto?", chiese l'autista "Milano", rispose
Ramello "Ah bene. Io ci passo, sto andando in congo" Il camion ripartì. "Bè, io mi chiamo Dj Lembo" "Io no. Io sono
Ramello, Renzo Ramello", rispose attendendosi un gesto di invidia. "Cosa c'è laddietro che sento mormorare?", continuò. "Bè, io esporto eschimesi in congo. Lavoro duro, soprattutto nel prenderli, ma redditizio. Tu cosa fai a milano?", rispose Lembo.
Ramello non rispose, assorto nei suoi pensieri puliti. "Ah, l'amore eh?" chiese Lembo che ne sapeva una più del cavolo. "già", rispose
Ramello "Eh, l'ammore. Anche io anni fa ho amato. Ho amato come nessun altro. Dio che splendore che era. Bionda, leggiadra come una faina. Ero in Brasile." "Ah, il brasile", si riprese
Ramello, "che culi che ci sono là!" "Puoi dirlo forte. Abbiamo fatto un viaggio insieme, fino in Palestina. Che donna! Certo, dopo qualche giorno aveva un po' di barba, ma cos'è un po' di peluria sulle guance rispetto all'infinito?" "che storia stupenda, la vostra. E com'è finita?" "Male, come tutti i grandi amori. E' scappata, forse non reggeva tanto sentimento. Diciamo che non aveva più retto, ecco. Da allora non l'ho più rivista, se non nei miei sogni più umidi" "bellissima storia davvero"
Ramello si addormentò, forse anche lembo, mentre radio pigiama, la radio che ti consola, mandava "Do You really want to hurt me" dei Culture Club, mentre gli eschimesi, laddietro, cantavano un loro antico peana della morte.
Capitolo XI tris
Intanto, dopo aver detto al suo nano, Otto, di andare a fare un giro per rodare il motore del sidecar, Startigriso si fece un giro in Como per indagare e cercare di scoprire cosa pensava la gente del tentato rapimento e soprattutto di dove cazzo si fosse nascosta l'Abella Kiakim, ragazza di saldi principi, dove saldi stà per scontati.
Dopo mezza giornata passata a cianciare con ortolani, muratori, pompieri, deratizzatori, barcaioli e casalingue al mercato che gli toccavano il culo, si sedette su una panchina riverniciata da poco, molto molto da poco, senza essere venuto a capo di niente. D'un tratto, gli si sedette accanto un tipo. Che gli mise la mano sul ginocchio.
"Hey, cosa fai?", chiese startigriso "Quando? Stasera?", rispose l'altro
"No! Con la mano, cosa fai?" "Miracoli, se vuoi" "Non capisci. Perché mi tocchi?"
"Perché no?" "Ma parlo arabo? Togli quella cazzo di mano dal mio cazzo di ginocchio!"
"Lascia che mi presenti: Respecto Iscariota. E tu sei startigriso giusto?"
"Si, come lo sai, o mano lesta che non sei altro?" "Io ho orecchie per intendere", rispose Respecto accarezzandosi l'orecchia.
"Vabbè, cosa vuoi?" "So che stai cercando Renzo Ramello e l'abella kiakim..", rispose Iscariota facendogli l'occhiolino.
"E' vero. Quanto vuoi per dirmelo, furfante?" "Trenta denari" "Seee, trenta denari", rispose Startigriso ridendo, "per trenta denari mi aspetto altro!"
"Allora chiamami Altro, se preferisci.." "Dopo. Dimmi dove stanno, prima"
Respecto iscariota glielo disse e, finalmente, levò la sua cazzo di mano dal ginocchio del cazzo di startigriso.
Startigriso cercò una cabina telefonica perché aveva perso il cellulare poco prima nella grandi manovre.
"Pronto, Von rodriguex?" "Si, chi sei? Pedigree?" "Sono startigrisofast"
"Ah" rispose deluso Von. Intanto qualcuno fuori dalla cabina bussava sul vetro per mettere fretta allo startigriso, che gli fece il dito.
"So dove sono i Renzo Ramello e kiakim. Uno è a milano, l'altro a monza"
"cazzo, che fuga eh! Comunque sia, tu vai a monza per cominciare" Poi si salutarono con affetto e chiusero la comunicazione con baci e abbracci.
"Hai finito di bussare sul vetro, cafone?" disse al tipo fuori. "Mi devo cambiare"
"Buffone, qui ti cambi?" "Devo salvare il mondo!" "drogato" disse startigriso dandogli un fiorino.
Poco dopo, poco lontano si girò e vide nella cabina il tipo con una tuta blu e un mantello arancione.
"Sarà amico di gd", pensò.
Capitolo XII
Renzo Ramello continuò a dormire per tutto il viaggio russando con eleganza, mentre dj lembo parlava da solo, tristo tristo.
Appena arrivati in milano, dj lembo vide la confusione nelle strade: manifestanti, squatters, comunisti, pacifisti, naziskin, interisti. Non capendo cosa minchia stesse accadendo e temendo che qualcuno per scherzo gli aprisse il portellone facendo defluire tutti gli eschimesi, decise di lasciare la città al più presto. Ma non volendo svegliare
Renzo Ramello, gli diede un calcio e lo fece volare giù dal camion in corsa.
Ramello si svegliò su un marciapiede dicendosi che nel mondo miliardi di persone muoiono di fame ogni giorno e che lui tutto sommato non poteva sempre stare a lamentarsi.
In quei giorni a Milano c'era una rivolta. Il popolo era contro i pizzaioli che mettevano la pizza margherita a dodici fiorini, cioè ventiquattro lire del vecchio conio. Roba da matti. La gente, giustamente, era scesa nelle strade a distruggere tutto, impiccare i pizzaioli e conquistare i forni.
Ramello si trovò quindi in mezzo a tutto questo, ma con una classe che lo distingueva come un drago tra le salamandre.
Pallanzasca fermò la sua mercedes E320 nera con interni rossi e i cerchioni viola accanto alla chiesa di
Frà Cheo, ne scese col suo impermeabile beige con interni rossi e cravatta viola e il bavero inamidato alzato, e si accinse ad entrare. Non senza notare due biondine che uscivano svelte svelte e nude nude con solo un fazzoletto a coprire le pundenda. Ignaro, comunque entrò, e cercò
Frà Cheo.
"Frà Cheo, cercavo te" "Ah bene" rispose l'altro chiudendosi il saio in fretta. "Dimmi tutto"
Guardandosi intorno guardingo e sospettoso anche del cristo che lo fissava, riprese
"Ho le notizie riguardanti don sciriobondio. E' una storia lunga" "Lo immaginavo" disse
Frà Cheo richiudendo la scatola dei preservativi e buttandola lontano, nella cripta. - La Storia di Don Sciriobondio -
Sciriobondio nacquette in una notte buia e tempestosa (poco prima c'era sole e afa) in una bidonville nel regno di Napoli, meglio conosciuto come Regno Barbonico, o regno barbone. Abbandonato fin dai primi giorni poiché un oracolo aveva predetto che avrebbe ferito il cane dei genitori, fu allevato dalla nobiltà barbonica seguendo gli usi e i costumi da cui prese il nome l'affascinante
dinastia: dormivano sotto i ponti coperti da giornali, mangiavano con le mani, e dalle mani, quello che la spazzatura si degnava di lasciar loro, accattonavano nelle strade, e puzzavano i paesi che frequentavano.
Sciriobondio era felice come un merlo, ed era completamente appagato dalla sua vita di stenti fisici e morali.
Fino a che.
Fino a che, all'età di sedici anni, e ne dimostrava sei tanto la sua innocenza e beatitudine lo losciavano immune dalla maturità, un attacco terroristico di un gruppo arabo-siciliota lo segnò. Ma come accadde questo evento che gli cambiò il modo di vedere la vita e soprattutto di parlare? Mentre si rotolava per terra abbracciato al suo skate, tutto eccitato, vide un uomo correre verso di lui.
Sciriobondio si alzò dicendo allo skate di aspettare una attimo. L'uomo continuava ad avvicinarsi, tanto che sciriobondio gli vide una strana cintura. "Che bella cintura! Che belle pigne che ci ha attaccate!". Decise di correre anch'egli incontro con le braccia spalancate. Chissà perché. Fatto stà che poco prima di abbracciarsi, sciriobondio ebbe il dubbio che anche l'altro volesse abbracciarlo, perché si toccava le pigne. Giunti a due metri l'uno dall'altro il misterioso uomo esplose.
Sciriobondio fu scaraventato in una stalla sconsacrata, mentre due asini stavano fottendo come muli.
Riportò delle ferite su tutto il corpicino, ferite forse anche mentali, ma quella peggiore era un'altra: alle corde vocali. Si erano deviate, dando alla sua parlata qualcosa di eccezionale, di inedito, di
inverosimile. "Ma dove sonoz?... Ehyz, ma come parloz?! E voi.. ciccisietez?". Gli asini lo colpirono dandogli dell'asino, e lui svenne.
Capitolo XIII
Pallanzasca interruppe il racconto e tossì. Frà Cheo si svegliò di colpò. Per riprendersi bevvero un paio di calici di vino frizzante e mai noioso pucciandoci dentro delle ostie al cioccolato. Insomma, la colazione dei campioni.
Pallanzasca tirò giù un rutto che scostò il telo del confessionale lasciando intravedere due tette sode e suggestive e
Frà Cheo, che si rese conto dove stava guardando il suo interlocutore, subito disse "Le vie del signore sono infinite".
Pallanzasca si pulì la bocca col bavero e continuò l'orrendo racconto.
Sciriobondio dopo un anno di coma si riprese i sensi. Era sempre là, tra due asini più un altro vitello asinino appena nato. Capì che il destino era dalla sua parte, e lo spingeva a fare grandi cose,e lo
spingeva forte. Capì di essere stato allattato, allevato, addomesticato dalle due bestie, come neanche romolo. E nel mentre, covava odio e astio verso gli arabi e l'islam in generale. Decise di diventare prete e andare in terrasanta a combattere gli infedeli.
Lasciò la stalla tra le lacrime degli asini, e i rantoli del fratellino acquisito. L'asina piangeva e si batteva il petto, e l'asino, sconfortato, disse che era giusto che sciriobondio diventasse grande e affrontasse gli umani.
Sciriobondio scese in piazza per indire una nuova crociata. Salì su unbidone della spazzatura per sembrare più alto e pulito e fece il suo comizio. Attirò l'attenzione di quattrocento persone che lo ascoltarono dall'inizio alla fine, che suonò più o meno così." Alloraz, chi tra voi ha il coraggioz di accompagnarmi in terrasantaz e liberare gerusalemmez?". Tutti gli buttarono delle monete e se ne andarono ognuno per i cazzi suoi. Rimase solo un tizio:" Ti accompagno io!" "Cissei tu?" "Sono drirce panza" "Ok, dai, partiamo, che ci incrastiamo".
E partirono con la forza dei giusti. A dorso di due asini, quelli di cui sopra. Il viaggio fu duro, e spesso e volentieri si diedero il cambio, coi due asini a dorso di sciriobondio e drirce panza. Superarono lo stretto di messina con una rincorsa. Gli asini non ce la fecero, e i due piansero per giorni. Però la loro amicizia si stringeva forte come un cappio. Sciriobondio sentiva che drirce per lui era il suo fratello, il suo remolo, il suo castore, il suo gemello kessler. E ripartirono di slancio verso la Palestina.
Ora, come i miei ventisei lettori sapranno, in Palestina si teneva una festa particolare. La ritualizzazione della crocifissione del cristo immenso. E loro due erano là a pregare. Ma sciriobondio, più furbo e sveglio di tutte e centotrentamila persone presenti, fu l'unico ad accorgersi che quello sulla croce non era un manichino, ma una persona, sebbene assurda. E, tutto preso
dall'ammirazione per quel gesto immortale, ci si avvicinò, e gli sussurrò all'orecchio buono: "Tu sei crasto!"
(cfr. Racconto di Brasil, che credeva di aver sentito "Tu sei
cristo", momento clou della sua conversione alla religione edll'ammore, NdT)
Capitolo XIV
Pallanzasca interruppe il racconto e lanciò l'ennesimo rutto dal rumore un po' metallico.
Frà Cheo disse di smetterla, che non erano lì per
divertirsi. Pallanzasca si guardò intorno con le falde del suo cappello di pelle di rana sugli occhi, e continuò la storia, terribile, di don sciriobondio.
Frà Cheo tremava al solo pensiero,ma non glielo diede a vedere.
Don sciriobondio e drirce, dopo la bellissima festa della crocifissione, rimasero in terrasanta ancora un paio di mesi, con l'obiettivo, vogliatemelo ricordarvelo, di combattere gli infedeli. Due mesi di duro combattimento. Ne presero un fracco e un'asporta, e decisero, all'unanimità, che un dignitoso ritiro a volte è meglio della vittoria stessa. I bambini che li stavano
picchiando risero loro dietro. Così si ritrovarono pochi giorni dopo, a piedi, lungo la strada che torna in turchia e poi in italia, facendo l'autostop. Ebbero la fortuna di incontrare un uomo buono dentro, che fermò il suo articolato (no, non il pensiero, era un camion).
"Salite", disse l'autista sorridente come il sole la mattina dopo che si è scopato.
I due, un po' ingabbiati dai loro abiti neri talari con inciso sul petto in rosso una "A" di "annatevene" (incisa dagli infedeli, NdT), salirono.
"Cissei tu?", chiese l'unica persona che può porgere una domanda in questo modo.
"Si, ci sono", rispose l'autista, sgomento.
"no, dicoz, ciccisei?" ""Pucci pucci?" "Qual è il tuo nomez?" "Ah.io sono Dj Lembo". E insomma si presentarono, con fatica.
"Dove siete diretti, fratelli?" "Glielo hai detto tu che siamo fratelli?" chiese drirce a sciriobondio
"Noz. Comunque dobbiamo andare a comoz" "Ah, conosco como. Ci devo passare"
"Ma como è como? AR AR AR" Risero tutti a palla, il camion sbandò trucidamene, e nel retro del camion dei versi assurdi (mica come quelli nella cabina) attirarono l'attenzione dei due preticelli.
"Ma cicciè laddietroz?" "E' il mio carico. Esporto struzzi palestinesi in Irlanda"
Poi, venne loro sonno. I due pretelli decisero di andare dietro con gli struzzi a dormire, e lì scoprirono un vecchio costume di questi belli animali: mettere la testa nella terra. E scoprirono, non senza un certo disagio, che per gli struzzi, loro due erano diventati la terra. Radio pigiama, la radio che buca, intanto mandava "There's a hole in my soul" degli Aerosmith.
- Fine della storia di don sciriobondio. -
Pallanzasca e Frà Cheo si alzarono e si salutarono con l'educazione e il distacco necessario per i loro ruoli. Pallanzasca uscì dalla chiesa a pagoda di
Frà Cheo, e con la coda di paglia dell'occhio vide due biondine che entravano da una porticina segreta
segreta, quatte quatte, nude nude. Eppoi, sentì rimbombare in chiesa una musica. Era radio pigiama, la radio che ti denuda, con "Girls just want to have fun".
Pallanzasca salì in auto, e sgommò via felice. E si fermò solo quando vede, ai lati della strada un tipo losco, ma losco tanto, con un cartello: <vendo nano bruciato. Occasione>.
Pallanzasca non poteva non fermarsi.
Capitolo XV
Al guglielmotel, Pallanzasca buttò il dormiente Renzo
Ramello a dormire nella vasca da bagno, con acqua, docciaschiuma alla
banana e pan grattato, e infilandogli la paperella in bocca per evitare
che gridasse, e lui si sedette sul letto osservando Otto Nano seduto su
una sedia di legno massello con le gambine dondolanti come un idiota. Si
osservarono per qualche minuto, poi pallansca gli disse "Cazzo hai da
fissare, nano?". Il nano pianse terribilmente, e a pallanzasca gli si
strinse un nodo in gola. "dai nano, parliamo un po'. Raccontami di te,
della tua vita del cazzo, dei tuo amori ridicoli". - Breve storia di
Otto Nano - Otto nano venne alla luce nella foresta amazzonica, in un
caldo pomeriggio di 1613. Poche cose si sanno del lieto evento, e cioè
che il padre era motumbo, e che nacque da un uovo. Si si, già. La madre,
di cui non si sa molto, era sdraiata in una radura, circondata dai
tucani, con le gambe aperte e con motumbo che la guardava là in mezzo,
commosso. Tra urla disparate, grida, bestemmie in romanesco, la madre
spingeva l'uovo fuori di sè, come uno stronzo di bue che cercasse di
uscire da un canarino, e non so se rendo l'idea di dolore e sorpresa.
Dopo due giorni di sofferenza morale ma anche fisica, la madre si slargò
e si slabrò tanto da espellere l'uovo dal suo corpo materno, con una
sola, immensa, stentorea, unica parola gridata così forte che tarzan,
poche miglia più in là, dallo spavento mancò la liana di appoggio: " MA
QUEST'UOVO E' MAJUSCOLO!". Poi, la madre svenne. E forse pianse anche.
L'uovo rotolò un po' e poi si fermò. Motumbo rimase immobile a guardare
il portento che aveva generato con tanto amore. Poco dopo, l'uovo si
schiuse e ne uscì Otto nano, nudo, che aveva già una ventina d'anni, non
si sa perchè, grazie a dio. La madre da quel duro colpo che la natura,
sempre sia lodata, le aveva dato, si riprese a fatica e comunque mai del
tutto. La aiutò un po' lo studio, forse un po' eccessivo della majeutica,
che aveva appreso dall'amicizia con Cita, una simpatica scimmiotta,
proprio nel periodo in cui motumbo se la faceva con mowgli. Ma questi
sono affari loro, il gossip a noi non ci interessa. Otto visse per un
po' di mesi con la sua famiglia, ma essendo di indole libera e selvaggia
abbandonò la casa presto e se ne andò in perù. Quando decise di tornare
per il carnevale di rio, ebbe la fortuna di incontrare i suoi genitori,
e li vide che stavano parlando con i nonni e un frate. Si nascose dietro
un ceppo e li osservò per un po'. Ed era presente quando il frate guidò
un' equipe di specialisti visagisti per abbellire la madre. Otto nano
era contento di vedere sua madre bella, affascinante, e anche un po'
zoccola, essendo libero e selvaggio anche eticamente. Poi però quando
venne a sapere che la madre scappò via urlando come una cavalla, crebbe
il suo odio verso il frate. Un odio fato di astio, un rancore fatto di
vendetta, un nano fuori ma cattivo dentro. Persi di vista i suoi
genitori, si mise a seguire Frà Cheo, che dal brasile andò in texas per
un concorso di cowboy. Frà Cheo, nella gare, vinceva tutti i concorrenti
tanto era bravo, bello, e simpatico, e Otto nano decise di mettere,
finalmente, in atto la sua vendetta, che va servita fredda. Si vestì da
cowboy, abbigliamento che poi non avrebbe più abbandonato, e si avvicinò
al prossimo selvaticissimo cavallo che Frà Cheo avrebbe cercato di
ammansire. Otto si nascose prima sotto le zampe, poi gli andò dietro, e
poi, con un balzo deciso e coraggioso, si infilò con forza nel culo del
cavallo. L'animale rimase sbigottito e forse anche contrariato, cercò di
cacarlo fuori ma otto era determinato a stargli dentro come ulisse in un
altro meno celebre cavallo. CI fu la gara: Frà Cheo, tra i cori della
gente felice, e tra i petali di rose, venne avanti, e gli fu portato il
cavallo, con uno strano sguardo negli occhi. Con un balzo felino gli
saltò in sella, quella era la finale della coppa del mondo, domare
quella bestia voleva dire toccare la fama in tutto l'universo. Ma non
era questo il suo destino (sigh): Otto nano, dentro il cavallo, cominciò
ad agitarsi e a fare il buffone, e Frà Cheo cadde dalla bestia perdendo
la gara. Tristissimo. Frà Cheo abbandonò il texas per andare a como,
dove aveva la sua chiesetta a forma di pagoda, tutto mogio. Otto nano
era felice ed appagato della sua vendetta, sebbene, una volta uscito dal
culo del cavallo, abbia preso nota di come ci sia un prezzo da pagare
per tutte le cose belle.
Capitolo XVI
Renzo, dopo essere scappato dai perversi manoni del Pallanzasca, dopo
essersi allontanato dalla folla, e dopo essersi dato una pettinata
specchiandosi in una vetrina di una polleria, decise di emigrare, di
cambiare paese, di lasciare tutto e tutti, rifarsi una vita onesta, fare
un sacco di soldi e poi tornare per sposare l'abella kiakim, sempre che
l'alzheimer permettesse loro di ricordarsi l'un l'altro. Il paese
lontano a cui pensava era uno solo: India? Giappone? Australia?
California? Emirati Arabi Tutti
Uniti? No. Bergamo (che allora, nel 1628 non apparteneva allo stesso
regno di Milano, NdT), e scusate se è poco. Non avendo un mezzo
disponibile, mise in atto tutto il suo fascino: vide posteggiato un
garzone dello speedypizza, in piedi accanto al suo scooter. Renzo
Ramello emise un fischio, un solfeggio d'amore dolcissimo. Il garzone si
voltò e lo vide. Renzo Ramello lo ammiccò, gli strinse l'occhiolino, e
il garzone si avvicinò gongolo gongolo. Giunto ad un metro, quando il
giovane si aspettava un bacio o una carezza che cementasse quella
passione improvvisa ed insperata, Renzo Ramello gli rifilò un
manrovescio che il garzone, dopo sei ore di coma vegetativo, diventò
etero dallo spavento. Renzo, scusatosi, saltò sullo scooter e sgommò
via, così, come un americano a Roma.
Per ristorarsi e far riprendere forma al suo prezioso sedere
trasfigurato dalle buche sulla strada, si fermò in un paese
nell'hinterland milanese, Gorgonzola, ed entrò in una trattoria. Ordinò
della pasta e fagioli, una peperonata, un'impepata di cozze e succo di
melanzana. E mentre erà lì che si inzuppava di roba buona, non potè fare
a meno di ascoltare un comunicato radio: "Qui Radio Pigiama, la radio
che ti digerisce, interrompiamo <Bambola> di Patty Pravo per un'edizione
straordinaria: la polizia di
milano, oggi, si è lasciata sfuggire il capo della rivoluzione, la testa
calda, il reazionario, il capo ribelle, colui il quale chi dite voi che
lui sia? Si, colui il quale sta rivoltando milano come un cazzino, colui
il quale si è messo alla testa dei migliaia di fascinorosi coll'unico
scopo ultimo di far saltare la città, impadronirsi di tutto, diventarne
il re e
reistituire lo jus primae noctis..".
"Ma chi è questo napoleone della breda?" disse un cliente. La gente
annuì, allargando le braccia.
"Avrà un nome questa persona? Comè' fatto? Noi povera gente lo vuole
sapere!" disse un altro, col cucchiaio in bocca. Radio Pigiama continuò
". questo personcino non ha ancora un nome, ma fonti attendibili ci
dicono che è un uomo sulla quarantina.", Renzo Ramello ascoltava e
mangiava, ".vestito elegantemente.", Ramello aggrottò i sopracciglioni,
".con un medaglione d'oro al petto.", Ramello con un guizzo si buttò il
medaglione dentro la camicia, ".con una pettinatura imbrillantinata et
impomatata.", Ramello si rovesciò il piatto di pasta e fagioli in testa.
La gente lo guardava. Forse avevano capito che si parlava di lui,
sebbene si trattasse di un equivoco? Ramello
era convinto che i clienti lo avevano riconosciuto dalla (bella)
descrizione, e non ebbe tentennamenti: si alzò di colpò rovesciando il
tavolo al quale era seduto, fece la linguaccia all'oste e uscì correndo,
perdendo spaghetti dalla testa. Sgommò via col suo scooter, andando
verso Bergamo, e lasciandosi dietro una scia di odore di fagioli che chi
non lo conosceva credeva continuasse a mollare ad ogni cambio di marcia.
Capitolo XVII
Il suo viaggio in scooter proseguì. Più che un viaggio, una fuga. Una
fuga da colpe che non aveva commesso. Fuga da eventi più grandi lui, più
complicati, più complessi. Eppoi, chi era quell'uomo col cappello di
pelle di rana che lo aveva rapito e che voleva che lui parlasse? Cosa
voleva? Per chi lavorava? Per quanto? Fino a quando? Dove andava? Da
dove veniamo tutti? C'è vita dopo la morte? Tutti questi pensieri
ostruirono la mente di Renzo Ramello come quando si butta troppo carta
igienica in un cesso con uno sciacquone debole e poco deciso, gli si
annebbiò la vista e non si avvide di fronte a lui in mezzo alla strada
un orso bruno che lo intimava di fermarsi. Invano. Lo travolse, e venne
sbalzato dallo scooter violentemente nell'aria. Fu un volo elegante,
liberatorio, e planò in una vallata, giusto accanto all'Adda. Tramortito
ma pettinato, fece il punto della situazione: senza scooter, sulle
sponde dell'adda, senza un bottone della camicia, e stava anche per fare
sera. Grazie a dio, vide poco distante una stalla disabitata, e ci passò
la notte. La mattina dopo si svegliò e si alzò, forse non proprio in
quest'ordine. Andò al fiume per specchiarsi: che bell'uomo, pensò,
peccato per il segno di uno zoccolo sulla guancia. Comunque sia, per
passare dall'altra sponda (del fiume), chiese l'aiuto ad un
traghettatore Caro Onte. Che in cambio di un obolo lo portò sull'altra
sponda (non solo del fiume). Giunto a bergamo, si ricordò giusto giusto
che lì vicino abitava un suo vecchio cugino, Bortolo. Un nome, una
sicurezza. Lo cerca, lo trova. "Uè Bortolo bello, come ce la si spassa
qua?", chiese Renzo Ramello squadrando il cugino che non vedeva da
quando giocavano da piccoli a colpire i cavalli dal cavalcavia. "Schht,
non chiamarmi Bortolo. E non siamo neanche cugini. Ho fatto una ricerca
genaillogica sui miei avi. Io discendo da una famiglia biblica" "Suca..",
sussurrò ammirato Ramello "Esatto. Io mi chiamo Respecto Iscariota" "Un
cognome importante" "Si, molto impegnativo. Vabbè, cerchi un lavoro? Io
lavoro in un filatoio, e il mio padrone cerca qualcuno da affiancarmi."
"Bellissimo. Ho sempre sognato di lavorare in un posto simile" "Siamo in
due", rispose respecto. E si allontanarono verso il tramonto.
Capitolo XVIII
C'era tensione, nell'aria. Il nome di Renzo Ramello, la sua leggenda, il
suo mito, si propagarono veloci in lungo e in lardo come rantoli in un
cinema porno. Vennero stampate magliette, spille, caffettiere, carte
igieniche col suo volto mentre con l'occhio fesso indicava un punto
imprecisato ed inutile da un'altra parte, così, tanto per
fare il figo. La sua leggenda, le sue gesta, i suoi gesti, raggiunsero
anche Como con la stessa velocità con cui un orso va in soprappeso. Ma
mentre Ramello attecchiva tra i ceti più bassi, più umili, più onesti e
sinceri come un novello nazareno, creava timore nelle oligarchie,
nell'aristocazzia italiana. E gli ordini impartiti alle forze
dell'ordine
era chiaro come il giubbotto di Gd: cercarlo, trovarlo, arrestarlo, e
vivere felici e contenti. E in como, tra tutto il trambusto, la polizia
che smanganellava i dimostranti, feste in piazza, ricchi premi e cotijòn,suoni
di campane senza motivo, e forse anche coi mongoli alle porte, l'armonia
regnava sovrana in un fiat bravo dal tetto di pelo rosa posteggiata in
un parcheggio del macdonald. Pube de Oro stava guardando attonito il suo
panino, e cercava di capire se era l'insalata che si muoveva o c'era
qualcosa dietro di essa che la spostava. Il giubbotto di Gd prese a
illuminarsi come una zucca ad halloween, pube si spaventò e strizzò il
panino, sporcandosi di vitello tonnato. "Tranquillo, è il mio
telefonino" disse Gd. "Ma ti ho visto illuminarti tutto come un luna
park!" gli gridò tranquillizzato il Pube. Gd rispose al telefono, e ci
rimase un paio di minuti. Poi riattaccò, e lo reinfilò sotto il
giubbotto. Pube gettò via mezzo panino dal finestrino, gli era passata
la fame. "Andiamo da Von rodriguez" disse Gd, accendendo l'auto. E si
avviarono. "Dunque mi state dicendo che Renzo Ramello ha fatto tutto
questo casino?" chiese Von rodriguez nervoso ai due bravi, che gli
avevano riportato le disavventure di Ramello così come tutti credevano.
I due bravi annuirono vistosamente. "Allora, con Ramello fuori dai
coglioni, dobbiamo riprovare a rapire l'Abella kiakim", continuò Von
rodriguez lisciandosi i baffetti. "Ok, quando cominciamo?" chiese Gd
eccitato, caricando lo scacciacani da 14 colpi.
"No. Questa volta chiedo aiuto ad una persona in grado di non fallire
mai." Pube sorrise ammiccante lisciandosi il suo giubbottino di penne di
corvo - preziosissimo-,
"Ok capo, farò tutto da solo". "NO!" urlò Von rodriguez. "Non intendevo
voi, ma un'altra persona proprio, cazzo!" "Cioè chi?" "Ehm.. non mi
ricordo il nome.." "Si ma chi è?" "Uno potente" "Come si chiama?" Von
rodriguez ce l'aveva sulla punta della lingua, insieme ad alcune piume
di un gallina che aveva seviziato poco prima, senza il suo consenso. Suo
della gallina. "Facciamo una cosa. vado io a parlare con questa persona,
che voi non siete capaci. Prendetevi una pausa, andate a spaventare don
Sciriobondio" "Ancora?", chiese Pube "Si. Violentategli un pò la
perpetua, ma con discrezione" "Ma chi, drirce? Ma se sembra un uomo", Gd
stava per piangere, sapendo che comunque non avrebbe potuto
disobbedire agli ordini del suo signorotto. "Me ne frego. Bendatevi gli
occhi!", urlò il Von, mentre si allacciava l'orologio col cinturino in
coccodrillo (<Dio, che ricordi, che zuffe amorose, che violenza erotica
impareggiabile>, pensò in proposito). "Ma di solito gli occhi si bendano
alla vittima", disse Gd, lì lì per crollare emotivamente "Appunto",
intervenne Pube,"nello scoparci Drirce le vittime siamo noi".
In città anche Agnese, la madre dell'Abella Kiakim, cercava notizie su
Renzo Ramello. Ma senza trovarle. Decise qundi di cercare Frà Cheo.
Suonò il campanello della sua pagoda, e venne ad aprire una filippina.
"Dov'è Frà Cheo?" "Se n'è andato" "E dove??" "A rimini" "A rimini? e a
fare cosa, di grazia?" "Boh, mi sembra a fare il frate immagine al Peter
Pan" "Santiddio madre di dio"
Capitolo XIX
Von rodriguez era innamorato. E un uomo innamorato, si sa, fà cose che
un uomo non innamorato non fà. Deambulava per la casa nervosamente,
colpiva i busti degli animali attaccati ai muri, sputava sui canarini
esotici, che starnutivano con tenerezza infinita, risucchiava l'acqua
alle tartarughine, così, senza apparente motivo se non quello di creare
sofferenze atroci anche agli altri. Poi, infine, mentre guardava il
pappagallo, che tremava, si disse: "Si, vado da lui a farmi aiutare a
rapirla, porcalamadonna!" "La madonna!", gridò una voce "Dove? dove?"
scattò Von Rodriguez, prima di accorgersi che era solo il pappagallo che
ripeteva, senza capire, dicono, le ultime parole. Il Von indossò ilsuo
cappotto di cammello (morto anni prima, di profilo, storia lunga), lungo
ed elegante, ed uscì. Porco dopo entrò nel tetro castello del suo
conoscente, quello che l'avrebbe aiutato, con le sue conoscenze che
andavano dal manzanarre al reno, a rapire quella gran trota dell'Abella
Kiakim. Entrò nel salone e vide alla finestra, di spalle, un uomo alto,
conciso, elegante, con un lungo mantello nero che cadeva fino a terra.
Il Von trattenne i brividi. "Batman!" esclamò il Von.
"No" disse girandosi l'uomo,"Sono l'IMMominato" IL lvon non potè fare a
meno di notare la compostezza e l'autorità, ma anche un naso rosso da
clown, e un profilattico usato srontolato che usciva da una tasca.
Questa volta tremò. I due si abbracciarono, facendo il Von attenzione a
non far toccare il cappotto di cammello con quel dannato condom,
che non amava i rapporti occasionali, il cammello. "Dai amico Von
rodriguez, pranza con me" Si sedettero alla lunga tavola, uno di fronte
all'altro. "Cosa posso fare per te, Von Rodriguez?" "Ho bisogno che mi
aiuti a rapire una tonna. So che tu ne hai viste tante, ne sai di cose"
"E' vero. Io mi sono fatto da solo". Il von venne tramortito
dall'immagine del condom penzolone. Entrò un uomo basso, tarchiato,
scuro di pelle, con la cadenza pugliese, e appoggiò sul tavolo numerose
fumanti portate. "Sembra buono. Che cos'è?", chiese il Von affamato.
"Linguine allo scoglio", rispose il cameriere. "Ma non è odore di pesce"
"No, il sugo è fatto con carne di bimbo tarantino sbattuto sugli scogli
di Jesolo" "E di secondo?" "Filetto di forestale calabrese, con goccie
di sangue di barese vergine" Il Von si leccò i baffi. "Allora, dicevo",
riprese l'iMMominato, "io ho avuto una vita difficile, ma piena di
soddisfazioni". Intanto mangiavano con gusto. "Pensa che anni fa persi
la casa" "E come accadde?" chiese il Von annusando le linguine. "Un
incidente orribile. Stavo tornando dall'allenamento dei fasci giovanili
dell'udinese calcio, quando vedo un tir andare dritto dritto
contro la mia villetta" "Porco ladro", sussurrò il Von, "Ma che tir
era?" "Non si è mai saputo nulla di preciso, ma sulla fiancata c'era
scritto <dj lembo esporta
elefanti croati in andalusia in breve tembo>. Se lo trovo.." "C'è gente
veramente assurda, in giro", disse il Von tirando sù il sangue di barese
vergine. "E così persi la casa e tutto quello che avevo. Allora andai a
stare per un pò di tempo all'Astoria. Lì feci la mia fortuna, inventando
nuovi mezzi di tortura per i terroni. Trovi tutti i dettagli nella mia
biografia <Le grandi invenzioni dell'Astoria>" Entrò il cameriere, con
in mano un enorme vassoio contenente un terrone infilzato con lo spiedo,
con patata in bocca e circondato da peperoni, e infilzata nella schiena
una bandierina <Vedi napoli e poi muori>. Si abbuffarono felici. "Vabbè,
cosa vuoi che faccia per te?" "Usa le tue conoscenze per far rapire l'Abella
Kiakim" "Dove sta' questa donna?" "In un convento-spa, di proprietà
della fica monaca di monza. Detta brazo" "Se non fossi l'iMMominato
avrei paura. Manderò il mio miglior uomo a comandare i tuoi bravi." "E'
un sogno che si avvera" "Chiamami Mauro"
Capitolo XX
Pallanzasca giunse a Rimini. Dopo aver rapinato una banca e aver fatto
innamorare la cassiera, andò da Frà Cheo, che era là un pò per vacanza
un pò per dovere. Entrò nella chiesa, e vide frà cheo, infradito,
bermuda e camicia hawaiana, che teneva sotto l'acqua di un catino la
testa di un turco di Smirne. A forza. Questo sbracciava come
pochi, ma frà cheo, con la forza della fede, si aiutò anche coi piedi
per tenerlo sotto. "Frà cheo, saluti. Perdonami se ti interrompo
nell'esercizio delle tue pacifiche funzioni".
Fra cheo rilasciò il turco, si asciugò le mani sulla sindone lì accanto
e salutò il suo amico. "Oggi è giorno di battesimo", disse il frate
sorridendo. "Sembra contrario il tizio", disse Pallanzasca. "No. E' che
è timido. Dai, vieni nel confessionale a confessarti". Entrarono nel
confssionale. "Coraggio, racconta le tue malefatte" "Dall'ultima volta
ho rapinato quattro banche, ucciso ventidue persone, e assaltato sei
furgoni porta saponi", sussurrò un Pallanzasca quasi timoroso. "Ma c'è
pentimento in te?" "Assolutamente"
"E allora!", esclamò frà cheo ridendo, "Digli tre avi marie, quattro
padri vostri e facciamoci un bicchierino". Pallanzasca stava per dire
qualcosa quando vide ilfrate uscire velocissimo dal confessionale,
correre lungo la navata, gettarsi contro una specie di bambino e per
gettarlo nel fuoco purificatore. "Aspetta, quello è il mio nano!", urlò
Pallanzasca. Frà cheo si fermò, che teneva il nano per la caviglia. "Ah,
è tuo?" "Si." "Vabbè, tieni", e glielo restituì. Che piangeva. "vabbè,
bando allae ciance. Ho un lavoro per te. Devi andare a Monza, presso il
convento, e fare la guardia all'Abella Kiakim, che c'ho un brutto
presentimento" "Ok", disse Pallanzasca, "chi è la vescova là?" "Non ne
ho la più pallida idea". Pallanzasca sollevò il nano sottobraccio e
uscì. Intano si preparava una riunione, a casa dell'IMMominato. Fu
qualcosa di epico, a suo modo. Erano già presenti l'IMMominato, alla
finestra mentre guardava due suoi schiavi casertani che nel suo giardino
se le davano per un tozzo di pane posso (e posso è voglio), e il feroce
Von Rodriguex, seduto col suo bel cappotto di cammello e con i piedi
appoggiati alla scrivania in osso, mentre osservava con una certa
morbosità il doberman del padrone di casa. I due si fissavano, ma il
cane cominciò a tremare, e tolse lo sguardo. Forse pianse anche. Poco
dopo entrarono i due bravi di Von Rodriguex: Gd e Pube, mani in tasca,
circospetti e silenziosi come due faine, e cominciarono a spiluccare dal
buffet. Il giubbotto di gd prese a gonfiarsi. E, finalmente, arrivò
anche il capo dei bravi dell'IMMominato: Nibbiomax. Bello vestito con
mimetici cachi, canotta desert, anfibi. In mano un Tec9 per le opinioni
rapide, nella fondina una .50, assolutamente come autodifesa, e dietro
le spalle un canne mozze, per le situazioni da chiarire con bon ton. Gd
provava una leggera invidia, avendo come arma in dotazione solo uno
scacciacani a pallottole di legno di mogano. Il pube invece, col suo
sparachiodi palestinese semiautomatico, era tranquillo. E mentre radio
pigiama, la radio che riunisce, mandava in dolby "Nice to meet you" dei
guns'n'roses, tutti si presentarono, si osservarono, e si squadrarono.
Mai visti tanti brutti ceffi in una sola stanza. "Bel giubbotto", disse
Nibbiomax a gd. "E' per mimetizzarsi durante le colate di lava?", e
rise. Poi guardò Pube. Si fissarono per avariati secondi. Poi Nibbiomax
chiese:"Che cazzo è?". "E' una figa. Mai vista una eh?", si vendicò Gd
sghignando. "basta ora", interruppe l'IMMominato, "parliamo di lavoro".
Si accomodarono tutti, spiluccando patatine e olive. Nibbiomax
mangiava anche gli ombrellini. Gd lo osservava con disgusto. "Allora",
disse l'IMMominato sistemandosi il naso da clown, "cosa sappiamo?"
"Dunque", rispose il Pube con una certa professionalità, "Renzo ramello
dovrebbe essere in qualche grotta del bergamasco, ma i video che abbiamo
di lui non bastano ad identificarne la posizione". "E l'Abella Kiakim?",
chiese il padrone di casa. Von Rodriguez rispose: "Slartigriso, il capo
dei miei bravi, mi ha riferito che ella si trova in una specie di
convento a Monza, di proprietà di un certo Brazo." "Scusa ma questo
Startigriso perchè non è qua con noi?", chiese Nibbiomax. Pube rispose
con gusto:"E' in lutto. Gli è morto il nano di fiducia. Una macchina gli
ha fatto un frontale". Gd riprese col sorriso tipico:"Diciamo che
l'altra auto andava contronano!" Risero tutti sguaiati, e dal ridere L'IMMominato
soffiò il naso rosso da clown in aria. Veloce come un merluzzo Gd sfilò
il suo scaccicani e colpì il naso finto a mezz'aria, tra lo
sbigottimento generale. L'IMMominato da quel momento non gli parlò più.
Ora si sentiva come nudo. Von Rodriguex interruppe quel silenzio carico
di imbarazzi:" Tra l'altro, ci sono novità di una certa rilevanza: con
Brazo, la monaca di Monza, vive un ex wrestler di rare dimensioni,
squalificato per aver mortificato la dignità dei suoi avversari". "Ha un
nome questo bestione?", chiese l'IMMominato. "Si", rispose Pube,
"il suo nome è Motumbo". Una cappa di aria gelida calò tra i presenti.
Il giubbotto di Gd sembrò quasi perdere lucentezza, tanto per dire.
"Allora", esclamò Nibbiomax alzandosi e srotolando una mappa del
convento, "io creerò un diversivo sul retro dell'edificio, creando
terrore, miseria e morte. Gd e Pube sfasceranno la porta davanti
entrando armi spianate annichilendo qualunque cosa si muova. L'Abella
Kiakim quasi sicuramente sarà al piano superiore. Ci andrò io, mi
confronterò con lo scimmione mentre voi giungerete a prendere la preda".
Von rodriguex lanciò un'occhiata ai suoi bravi come per dire <visto
cazzo com'è professionale il bravo dell'IMMominato?!>. Ma i due non
capirono, anzi, capirono l'opposto, e annuirono sorridendo come dire
<grazie, capo, quanti complimenti>. "Ok allora", disse l'IMMominato, il
piano sembra perfetto. Andate, agite, e tornate." E mentre Von rodriguex
tornò a casa sua a pensare ai suoi affari sul suo pick up azzurro, Gd e
Pube salirono sulla loro Fiat Bravo tamarrata, seguiti da Nibbiomax col
suo Hammer giallo 6 ruote sterzanti con cannoncino terra terra posto sul
tetto. Destinazione Monza. Missione: Impossibile.
Capitolo XX bis
Pallanzasca da Rimini raggiunse Monza con solo due soste all'autogrill
per bere del whisky, pisciare e lavare i capelli al nano. Girò per la
città in cerca del convento della Fica Monaca di Monza, e dopo un pò ne
trovò il sontuoso edificio: stile finto barocco, facciata rosa, insegna
luminosa al neon, tendine bavaresi color cannella e violetta.
Pallanzasca inchiodò l'auto, aprì la portiera e vomitò. Ricalcatosi il
borsalino in rana sulla testa, posteggiò sul retro dell'edificio, che,
ma forse si sbagliava, gli ricordava un enorme e adiposo culo. Ello
sapeva che Otto Nano era figlio della monaca di Monza, ma non glielo
diede a dire. Così voltò la testa, guardò negli occhi il nano attraverso
la rete per cani, e gli disse di stare lì buono, che forse dopo lo
portava allo zoo. <E non come visitatore> pensò tra sè sarcastico. Scese
dall'auto, si alzò il bavero e si sistemò il trench, caricò la sua colt
a tamburo e prese dal bagagliaio un krueger (mitra lento, impreciso, ma
old fashioned). Quatto quatto, si inoltrò nel convento attraverso una
finestrella con l'agilità di una capra selvatica. Era in uno sgabuzzino
pregno di incenso. Appoggiò l'orecchia alla porta ed auscultò: <Ohmm..>
voci di suore. <Ohm..>, sempre voce di suore. <Ohmm..>, ancora
suore del cazzo. Dopo dieci minuti di agghiacciante litania che stava
ipnotizando il Pallanzasca, un voce in falsetto urlò: <Majeutica!>,
e tutte le suore urlarono felici "Dio è uno è trino, è trino è uno, uno
per tutti tutti per uno, chi c'è cè, chi non c'è s'adda venì, Baffone!".
Pallanzasca cercò di ricordarsi se nelle ultime raffigurazioni dio
avesse i baffi, ma tant'è. Aspettò di non sentire più nessun rumore del
cazzo, e uscì dallo sgabuzzo, pistola in pugno, pronto a mandare
qualunque suora lo avrebbe ostacolato dal suo padrone dai grandi baffi.
Tutte le suore erano salite al piano di sopra, nei loro alloggi. Al
piano terra c'era una grande salone con scritte sui muri rosa puttanone
tipo "W la majeutica", "Brazo sei forte", "Brazo ti amo", "Brazo ti
odio", "brazo cel xxx-xxxxxx, chiama subito", "Help me", croci
rovesciate, statue di Priapo con della saliva umana sul fallo. Poi una
cucina, e dalla parte opposto il bagno, al momento chiuso. Pallanzasca
poteva scegliere se piangere o mangiare. Ma esso non era certo tipo che
piangeva. Si intrufolò nella cucina ed aprì il frigo. E cominciò a
mangiare, perchè non si affronta un'avventura a stomaco vuoto. E mentre
bagnava i bocconi con dell'orrenda vodka alla vaniglia, sentì strani
rumori provenire da quello che era il bagno. Si mise, bottiglia in mano,
sulla soglia della cucina ad osservare la porta del bagno. Scoregge. Si,
erano innegabili, potenti, inumane scoregge. "Il diavolo,
probabilmente", pensò Pallanzasca buttando giù un sorso. E mentre lo
pensava un'enorme, dilaniante, vulcanica scoreggia piegò la porta,
sforzandone i cardini che piangevano. Poi, infine, finalmente, la porta
si aprì. Già, si aprì. Un bestione subumano ne uscì testa bassa, coi
calzoni e i mutandoni ancora calati, lasciando vedere cose che in
natura, porca troia, non dovrebbero esistere. Pallanzasca, decidendo che
da quel momento avrebbe bevuto molto meno, lasciò cadere la bottiglia
per terra. Il rumore del vetro rotto attirò l'attenzione del bestione,
Motumbo. I due per infiniti secondo si guardarono negli occhi, eppoi,
dando aria ad un'altra portentosa scoreggia si lanciò verso Pallanzasca
deciso a farne quello che voleva. Pallanzasca lì sì
che stava per piangere. Ma non lo fece. Ma non fece nemmeno in tempo ad
estrarre le armi. Motumbo lo sollevò e lo buttò sul pentolame di rame. E
prese il suo cappello e lo mangiò. Pallanzasca non ci vide più dalla
fame, nel senso di fame di vendetta. Stava per estrarre il suo krueger
urlando come un ossesso, quando un'esplosione di rara violenza squarciò
il retro del convento, creando fumo, nebbia, e val padana. Fuori,
Niubbomax, con in spalla un lancia razzi, urlava "Voi siete il male. Io
sono la cura. Cazzo!". Dalla porta di ingresso entrarono armi in pugno
Gd e Pube. Le suore cominciarono a defluire al piano terra come delle
pecore, gridando che dio è grande, ma cazzo che casino. Gd urlò a tutti
di stare fermi, che quella era una rapina, mica una festa. Ma c'era il
caos, e a Pube scappò un colpo: un suora fu inchiodata al muro. Da lì ad
altra violenza il passo fu breve, e inevitabile. Pallanzasca tirò fuori
il mitra e cominciò a sparare che sembrava Al Capone, gd e pube
cercarono di salire le scale contro la fiumana di suore grasse che
scendevano. Più di una suora fu colpita dai pallettoni di mogano di Gd,
che cominciava a divertirsi. E mentre Pallanzasca riempiva di pallottole
Motumbo, che non cedeva, entrambi furono investiti da una serie di
colpi di Tec 9 e fucile a canne mozze. Niubbomax, occhi a palla, urlava
loro contro:"Musi glialli dovete morire!". E mentre tutto questo strazio
accadeva, Otto Nano non potè fare a meno di entrare nel convento a
vedere chemminchia stesse succedendo. Senza accorgersi minimamente che
qualcuno lo stava seguendo: Slartigrisofast, occhio inferocito, con in
mano un ak47, aveva seguito Pallanzasca e il Nano da quando li vide ad
un autogrill. E decise, anch'esso, di seguire il suo nano ritrovato nel
convento.
Capitolo XXI
Otto nano rubò un alano ad un passante con la chiara intenzione di
cavalcarlo a pelo,
prendere la rincorsa e saltare il muro di recinzione del convento,
perchè da
solo non ce la
faceva, essendo grande dentro ma piccolo fuori, che nella botte piccola
c'hai il vino
buono, ma è poco. Ed è quello che fece. Fregandosene delle grida del
passante derubato,
cavalcò l'alano facendogli fare un mezzo giro per prendere velocità, e
si
diresse veloce
verso il muro urlando "Ma neanche il Generale Custer!". A pochi metri
dal
salto, Otto Nano,
vestito da cow boy mica a caso, con tempismo perfetto conficcò i suoi
piccoli speroni di
plastica nella pancia dell'alano come segnale, non convenuto, di salto
dell'ostacolo.
L'alano ragliò di dolore e si schiantò contro il muro, proiettando il
nano
non solo oltre
il muro, ma direttamente al primo piano, nella camera dell'Abella Kiakim,
planandole ai
piedi del letto. Questa, che si stava toccando, disse:"Perchè dio
capisci
sempre male? I 30
centimetri non di Pazzo!".
Slartigriso, osservata tutta la scena, si compiacque per aver
trasformato un
esserino
ridicolo in un vero e proprio gigante dell'azione, in un superuomo
niciano.
E caricando
l'AK47, entrò nel convento dal retro attraverso l'enorme breccia creata
da
Nibbiomax.
Intanto, all'interno, c'era l'inferno in terra. Mentre in tutto il
convento
Radio Pigiama
mandava a ripetizione "Sunday bloody sunday" degli U2, in cucina
Pallanzasca, Nibbiomax e
Motumbo stavano ridicolizzando lo scontro gozzilla-king kong: era un
tutti
contro tutti,
senza pudore, scaricando interi caricatori l'uno sull'altro e schivando
i
proiettili nemici
che Neo in confronto è un pirla. Motumbo usava il coperchio di un
pentolone
come scudo e un
mestolone colante come arma.
AL piano superiore Gd e Pube entrarono in ogni stanza a cercare l'Abella
Kiakim, ma
l'operazione fu fortemente rallentata dalla transumanza delle suore. Gd
colse anche
l'occasione per sollevarne una, rovesciarla, e vedere come erano fatte
sotto. La monaca di
Monza, Brazo, pensando che quei brutti personi fossero per lei, cercò
rifugio nella camera
dell'Abella Kiakim. E aperta la porta vide Otto Nano, che i miei trenta
lettori rubati
all'agricoltura ricorderanno essere suo figlio. Vedendolo, Brazo cacciò
un
urlo in
falsetto che ruppe tutti i vetri della casa, e anche un pò le palle. Ma
soprattutto la voce
urlata di brazo eccitò Motumbo. Pallanzasca e Nibbiomax, che non c'è più
salda amicizia che
quella contro un nemico comune con un fallo enorme, capirono che era ora
di
tagliare la
corda, o erano fottuti. Motumbo abbandonò il mestolo, si prese in mano
il
coso e lo usò
come un'alabarda, come un'ascia, contro tutti i mobili della cucina,
mentre
i due, è
sicuro, se proprio non piansero almeno lacrimarono amaro.
All'urlo di brazo rispose, senza alcun motivo razionale, l'urlo dell'Abella
Kiakim. Questo
urlo catturò l'attenzione di Gd, che smise di palpare le suore obese che
correvano a
vanvera, calciò via una sorella attaccata alle sue scarpine scambiate
per
feticci
cristiani, e di Pube, che toglieva i chiodi dai quadri per ricaricare
alla
disperata la
sua arma mentre perdeva piume di corvo dalla sua giacchetta per tutto il
primo piano.
Corsero verso la camera di Kiakim aggressivi e pronti a tutto, come al
solito. Entrati
videro Brazo, che non avevano il piacere di conoscere, l'Abella Kiakim,
quella da rapire, e
Otto Nano. "Otto nano! Ma non eri morto in un incidente finito in
tragedia?"
chiese Gd
felice.
La risposta non ebbe il tempo di esserci. Rovinarono nella stanza
Nibbiomax
e Pallanzasca,
colpiti dal randello di Motumbo come palline del 12.
"Fermi tutti!", gridò improvvisamente sull'uscio della camera
Slartigriso,
minacciando
tutti col kalashnikov.
"Capo!" sorrise Gd.
"Zitto!", rispose Slartitigriso. "Ciao Otto", disse al nano con una
dolcezza
che a motumbo
si afflosciò, e molti ringraziarono dio. "coraggio, vieni via con me"
"NO!" urlò Brazo, "Otto è mio figlio!"
"Hey!", intervenne Pallanzasca, "Vaffanculo. Otto è mio, l'ho comprato!"
"Ci sono cose che non si possono comprare", disse Slartigriso con
l'indice
sul grilletto
che tremava,"tra cui appunto il mio nano. L'ho cresciuto con amore.."
Pube diede di gomito a Gd, "Bè, cresciuto..adesso.."
Slarti continuò"...l'ho maturato, tutto quello che sa lo sa perchè io
glielo
ho imparato"
"Ma è mio figlio!", urlò Brazo battendosi il petto, "Non puoi rubare il
figlio a sua madre,
majeutica majala!".
Pallanzasca intervenne con aplomb:"Me ne frego. Gli affari sono affari,
e io
il nano l'ho
regolarmente pagato. O viene via con me, o qui succede un casino",
estrasse
una
bottiglietta di gin e diede un sorso e si accese il sigaro. Slartigriso,
a
quelle ciniche parole che andavano contro tutto quello in cui credeva,
impazzì. Premette il grilletto con voracità. TAC. Inceppato. TAC TAC.
Si,
inceppato.
Empasse totale. Orrendi secondi di silenzio in cui ognuno pensava a come
raggiungere il suo
obiettivo.
E con un unico, plateale, armonico e coreografico gesto, Pallanzasca
prese
il nano per la
testa, Brazo per il braccio sinistro, motumbo per il destro e
Slartigriso
per i piedi.
E cominciarono a tirarlo ognuno nella sua direzione gridando millantati
diritti verso Otto,
che piangeva soffrendo come una foca.
Con la rapidità che li contraddistingueva in operazioni simili, Gd e
Pube
presero l'Abella
Kiakim, che urlava "Renzo, dove sei? O renzo renzo, perchè proprio tu,
renzo?". Pube,
continuando a sentire renzo di qua renzo di là, mollò una breve
scoreggia,
ma nessuno se ne
accorse. Scapparono via seguiti da Nibbiomax, che ne aveva viste tante
ma
come oggi nessuna
mai, ognuno sul suo mezzo e se la filarono.
E intanto il nano si stava allungando, senza che nessuno potesse
risolvere
quella
situazione del cazzo.
Ma quando il corso degli eventi si inceppa, come ora, il destino non
perde
tempo ad
accendere la miccia del caos. Nel cielo, un charter viaggiava a velocità
di
crociera.
Dietro l'aereo, uno striscione:<lembo Dj esporta in kashmir tutta la
merda
degli obei
obei>. Il pilota, Lembo, mise fuori il braccio per pulire uno stronzo
sul
parabrezza
dell'aereo. Il risucchio fu fatale. Il charter perse quota e dignità, e
crollò dritto
dritto contro il convento. Esplose tutto, e i 4 che tenevano il nano
furono
sbalzati via.
Ma nessuno, porca eva, aveva mollato la sua parte di nano.
Capitolo XXI bis
Tra le macerie ancora fumanti del convento della Fica Monaca di Monza
(del Brazo insomma), si aggirava con furtività un figuro losco come
pochi. Il suo lungo mantello porpora strusciava per terra tirando su
polvere e acari vari, ma se ne fregava. Si aggirava tra i cadaveri delle
suore, saltava loro addosso e le baciava sul collo. Ad alcune, quelle
più fighe, alzava la gonna e buttava la testa tra le loro cosce,
emettendo versi subumani. Rialzatosi, e ruttatolo, vide quattro corpi
quattro inermi ognuno tra le mani chi un braccino, chi un gambino, chi
un bustino con testolino. E cappellino da cowboy. Silenzioso come una
scoreggia nel mare in tempesta, ci si avvicinò e prese con sè i resti
del nano e li mise in un sacco. E scappò via per i tetti, come un babbo
natale meno grasso e più sveglio. Nella casa dell'IMMominato, accadeva
altro. Ben altro. L'IMMominato si aggirava per il salone nervoso e teso
tanto che il preserva non penzolava
più dalla tasca ma era dritto, non si sa come. "Allora Nibbiomax, hai
sistemato l'Abella Kiakim nella camera degli ospiti?" "Certo. Sta
piangendo come una ladra" "Bene. Ma com'è andato il rapimento?"
"Benissimo. Tutto secondo i piani" "Ma ci sono stati impedimenti?"
"Nulla che non si sia potuto portare ad un livello più sereno" "Ci sono
stati feriti?" "E' la vita stessa che ferisce, noi non siamo altro che
mezzi che il destino usa per compiersi" Il preserva dell'IMMominato
tracimò delle gocce. Nibbiomax si inginocchiò e gridò al miracolo,
sparandosi un colpo della sua .50 nella spalla tanto per aumentare la
sofferenza e trascendere meglio. "Ora vai in pace", gli disse L'IMMominato.
"Vaaaa beeeeneeee", rispose l'altro, andandosene bello bello. Ma
c'era qualcosa, in quella casa, che non andava. Le urla dell'Abella
Kiakim riempivano la casa come una tartaruga il suo guscio, e L'IMMominato
era nervoso e titubante. Per la prima volta nella sua vita sentiva
l'amaro confine tra il bene e il male, e gli faceva male. Si era anche
fatto fare un nuovo naso rosso, di metallo. Ma era solo un palliativo a
quello spleen che non lo mollava neanche di notte, quando si girava e
rigirava nel suo baldacchino gotico. Decise di alzarsi, e poggiare
l'orecchio, quello buono, alla porta della camera di Kiakim. Questa
piangeva. Piangeva e pregava. E le sentì anche pronunciare un
voto:"Madonna, madonna mia, se mi liberi giuro che cambio, giuro che non
la dò più in giro, non mi tocco, non mi lavo. dai madonna, se mi liberi
ti compro tutti i dischi anche in vinile" Parole toccanti che abissarono
il cuore dell'IMMominato, che si rifugiò in cucina ad attacarsi ad una
bottiglia di grappa del piave. Non era depresso, era solo che era giunto
ad un'età, ad un momento della sua vita in cui voleva dare una svolta.
Non si trattava di rimorsi o pentimenti del suo passato, ma
semplicemente un nuovo piano per il suo futuro. Abbandonata l'idea di
Casablanca, crebbe in lui il dubbio che si trattasse di un richiamo
spirituale, un richiamo zen, i chackra che bussavano con insistenza. Si
era fatta l'alba, che puzzava di grappa (si, anche l'alba), e le campane
suonarono a festa. Andò alla finestra e guardò giù, in strada, Fiumana
di povera gente urlava felice, saltando e ridendo come drogati.
Aguzzò la vista, e mise a fuoco una specie di enorme carro di carnevale
sui cui stava un personaggio vestito di porpora che lanciava fiori a
foglie di cactus alla gente, felice. "Ah, è l'arcivescovo di Milano",
ricordò L'IMMominato. Strinse gli occhi di nuovo. Ma chi c'era accanto a
lui? Un bimbo? Un fantoccio? un fantino? un pupazzo? No cazzo, era un
nano. Ma che cazzo di nano era. Strinse ancora gli occhi per guardarlo
meglio. Santiddio immarcescibile, quel cazzo di nano aveva il braccio
destro a posto del sinistro, e così le gambe. Che schifo era. Hey, ma
chi erano quei due al lato del carrozzone? Cristo, erano i bravi del Von
Rodriguex, Pube e Gd, che scherzavano il nano handicappato filmandolo
col videofonino.
Capitolo XXII
L'IMMominato, alla vista di quel sant'uomo
dell'arciga..ehm..arcivescovo di Milano, c'ha l'illuminazione divina. Fu
forse circondato da una luce immensa dorata? Forse sentì voci angeliche
cantare "olle lè, olla là, fagliela vedè, fagliela tocà"(l'anima)?
Niente di tutto questo. Semplicemente il naso rosso prese a accendersi
ad intermittenza, tipo allarme nei sommergibili. Fu il segno che da anni
aspettava: chiudere col suo passato e darsi ai voti. Decise di voler
incontrare l'arcivescovo. Non prima, ovviamente, di fare una visita alla
sua prigioniera, l'Abella Kiakim. Entrò nella camera con un gesto ampio
della mano, e vide la donna ranicchiata in un angolo che piangeva,
pregava e piangeva, piangeva, pregava e sbuffava anche. "Capisco perchè
piangi, piccola donna. Rapita da dei bruti, segregata in una casa nemica
ed ostile, la tua libertà fortemente limitata dal corso evitabile degli
eventi in cui tu, povera donna, ti sei giunta a trovare.." "NO", lo
interruppe la Kiakim "Piango perchè sono giorni che non trombo come una
libellula!.. Tu vuoi trombare?" gli chiese poi con l'occhio dolce e
umido. E mentre Radio Pigiama mandava "Hit me one more time" di Britney
Spears, l'IMMominato fu preso dal panico. Il preserva che spuntava dalla
tasca si eresse e il naso rosso cominciò a scaldarsi. Ovvio che la
voleva trombare, ma cazzo, i suoi propositi di cambiare vita e prendersi
i voti e diventare uomo di dio? Affanculo, pensò. Cominciò a spogliarsi,
e l'Abella kiakim si alzò e si spruzzò litri di profumo al sottobosco
misto sandalo con menta , rosmarino e basilico e una punta di puffo,
pronta per l'evento. Ma fu troppo il profumo in quella stanza. L'IMMominato
gli venne da starnutire, uno di quei starnuti che si sente che si
caricano ad ogni secondo. Infine, starnutì. Il naso rosso (di metallo)
fu sparato violentemente, colpendo la donna in piena fronte, mandandola
in coma reversibile. Il preserva si afflosciò. Disperazione e rammarico
in lui, l'IMMominato. Forse pianse. Poggiò il corpo inerte sul letto e
uscì dal suo castello comunque profondamente convinto che il signore
iddio ignifugo gli aveva dato un segno chiaro: castità, castità,
castità. Resistere, resistere, resistere. L'arrivo del famoso cardinale
arcivescovo di Milano fu occasione di festa per tutta la contea. La
gente scoreggiava liberamente per le vie, sicuri dell'indulgenza
imminente. Il cardinale era ospite presso un ristorante di alta
classe, di raffinata cucina, di esclusiva clientela, di prezzi
proibitivi: Gigi 'o pazzo. Il salone ospitava una tavolata di centinaia
di persone di chiesa: preti, frati, vescovi, ex papi, imbonitori,
mafiosi. Tra tutta questa gente di dio, due persone attiravano
l'attenzione: Frà Cheo per la sua assenza; e Don Sciriobondio per la sua
presenza. Esso teneva banco con freddure di rara efficacia, battute
fulminanti, giuochi di parole dilanianti, ballando sul tavolo col saio
alzato e con l'jnsalata in testa. Tutti insomma si divertivano, sparando
parabole su prabole, metafore su metafore, e bestemmiando in latino
affinchè i civili non capissero una sega. Il cardinale, volto pallido,
un pò ieratico, sedeva a capotavola ma non mangiava. E accarezzava la
manina di un nano in piedi accanto a lui, con una mitra in testa. Il
pranzo fu interrotto da un vociare nella hall. "Devo vedere il
cardinale" "non può!" "Nibbiomax, levami di torno questi camerieri
ridicoli", PUM. PUM. BANG. CRASH. FUCK. E nella grande sala entrò, nel
silenzio generale e con tutti gli sguardi su di sè, l'IMMominato, di cui
tutti conoscevanola fama di uomo potente e feroce. Da sotto la
tavolata sgattajolarono via sei dozzine di bimbi. Il cardinale si alzò,
e disse:"Io ti conosco di fama, o IMMominato. Sento la tua anima fin da
qui. So perchè sei qui. Andiamo a parlare di là", indicando la stanza
dove si erano rifugiati i bimbi. "bene, Sir Mithras" Entrarono nella
stanza. C'era anche il nano, Otto. "Mi voglio convertire, Padre. Voglio
seguire il Bene, necessito dello spirito santo", sussurrò l'IMMominato.
Il preserva era scomparso. "Io sono colui la quaglia ti farà diventare
figlio di dio, uno trino", e sorrise, mostrando due canini, uno in
avorio e l'alto in ebano. Ma l'altro sembrava ancora incerto, e Sir
Mithras chiamò a sè il nano, che, (ricordiamolo grazie) avendo gli arti
nella posizione opposta a quella che la natura ha deciso di metterli per
una corretta funzione motoria, camminava davvero ridicolo. "Guarda
questo nanetto. era morto e dilaniato. Inutile. L'ho rivitalizzato,
rigalvanizzato, liofilizzato e rimontato: ed eccolo qua. Unico, nel suo
genere" L'IMMominato notò lo sconforto sul faccino del nano. "Però il
mio nano non l'ho ancora succhiato"
"Scusa??" "Lo so, è incredibile. Io succhio i bambini, non i nani" L'IMMominato
arretrò schifato. "Devi sapere che io non sono normale", proseguì Sir
Mithras "Proprio no" "Forse c'è stato un qui quo qua. Io per vivere
succhio il sangue alla gente" "Ah bè. Questo si che è apprezzabile" "Dio
ha voluto che vivessi in questo modo, cimminchia siamo noi per
giudicare?" Il resto del dialogo è segreto, grazie a dio. L'unica cosa
certa è che da quel momento l'IMMominato diventò un timoroso di dio,
fedele servitore del signore nostro pastore di noi
pecoroni smarriti.
Capitolo XXIII
Il dialogo, segreto, tra l'IMMominato e Sir Mithras che abbe come esito
la
conversione del
primo, fu surgelato da un bell'abbraccio, un bel gesto di alta
televisione.
E come ulteriore gesto di fratellanza, si scambiarono doni: Sir Mithars
donò
all'altro un
bellissimo naso di legno massello ricoperto di sangue di vergine
rappreso
(rappreso stà al
sangue, non al vergine) che dava all'oggetto un delizioso color porpora
arterioso.
L'IMMominato, invece, gli donò un paracanini in camoscio zoccolo, per
proteggere i denti
dagli agenti esterni. Erano felici. E dopo questo gesto bellissimo,
l'IMMominato gli parlò
della vicenda dell'Abella Kiakim: gli spiegò tutto, dalla A alla Zeta.
Partì dalla zeta,
narrando di come Don Sciriobondio fu minacciato di non sposare Renzo
Ramello
e l'Abella
Kiakim. Fu un racconto tristissimo e terribile, e Sir Mithras pianse.
Pianse
lacrime di
sangue, come una madonna qualunque. Ottonano, mentre stava cercando di
mangiare qualcosa
con difficoltà estrema avendo i palmi delle mani verso l'esterno,
ascoltando
il racconto
capì di essere finito in un gioco più grande di lui, e non che ci
volesse
molto.
Sir Mithras, alzatosi dalla bara in cui era seduto, ordinò pallido a
Otto
nano:" Di là, con
gli altri parroci, c'è anche Don Sciriobondio. Vallo di là e chiamalo di
quà, affinchè
possiamo parlarne".
"preferirei non essere presente" disse l'IMMominato, alzandosi e
lanciando
un dolcissimo e
leggero peto che scostò il mantello dando all'immagine tutta un qualcosa
da
dipinto di
tiepolo. "E' meglio che tu rimani".
Otto nano entrò in sala da pranzo e fu investito da una zuppa di pesce.
"AR
AR AR", gridò
qualcuno che ballava sulla tavola. "Per il nano zuppa di pesce!". E
tutti,
in coro "pesce".
AR AR AR generale, cascò anche il crocefisso dal muro. Tutti si
lanciavano
molliche di pane
e di cane (resi molteplici da numerosi tentativi di miracolo), ci si
rideva
e ci si
scherzava. Radio Pigiama, la radio che confesssa, mandava "Say a little
pray
for you", ma
tutti facevano UNZ UNZ con la testa. Don Sciriobondio era l'innegabile
capo
di quella
combriccola di chiesa. Otto nano camminando storto come certi cani si
mise
davanti alla
tavolata e fissò Don Sciriobondio. Questi si fermò di colpo, arrogante,
e
con un gesto
deciso fermò sia la musica che il baccano. Ora i due si guardavano nel
silenzio e tra i
fetori di un cibo mal e mai digerito del tutto. Il Don chiese al nano:"
O
bello nanolo, sai
cosa succedez se frate tuck ti dicez che sei alto altoz?". "No". "Che
doppio-mento!".
L'ondata di crasse risate spostò il nano dalla sua posizione iniziale. E
dal
crocefisso che
era caduto prima, si staccò il cristino e se ne andò con la crocina
sulle
spalle, in una
sorta di via crucis in scala 1:10. Otto, ripresa conoscenza e
credibilità,
disse "Ti vuole
Sir Mithras". Fu di nuovo silenzio e terrore. Don Sciriobondio scese dal
tavolo e testa china andò nell'altra sala.
L'IMMominato e Don Sciriobondio si scambiarono un'occhiata di reciproco
odio
e
intolleranza. Sir Mithras disse:"Don Scirio, tu non hai sposato Renzo
Ramello e l'Abella
kiakim. Vergognati!". "Eh ma, i due braviz...le minaccez..". "Buffone!"
urlò
l'IMMominato
alzandosi e additandolo col medio. "Tu che sei omo di chiesa dovresti
sapere
che le vie del
signore sono infinite, e invece tu hai preso l'unica che ti mandava
affanculo!"
Don Scirio sbottò:"Basta, me ne vado, c'è congiuraz contro di me, qui i
grandi vecchiz
pensano di comandare e non fanno la vera messaz". "Basta! ora tu andrai
con
l'IMMominato
fino al suo castello e riprendi l'Abella Kiakim, la confessi,e poi avrai
altri ordini,
porca eva!" urlò Sir Mithras, arcivescovo di Milano mica a caso.
il viaggio verso ilcastello dell'IMMominato fu agitato. Questi era
seduto
dietro nella sua
limousine rosa porcello, e di fronte aveva Don Sciriobondio che
continuava
ad aprire i
cassettini dicendo ogni volta "Ar ar troppo crasto!". "ma non ti rendi
conto
che fai delle
figure di merda? che nessuno ti caga?" gli chiese. "Io vado aventi per
la
mia stradaz, sono
senza regolez, sono il sovversivo della chiesaz!".
"Ma sei solo un botolo sfigato, credi di incrinare le regole della
chiesa (a
cui appartengo
da oggi) senza conoscerle e coprendoti di ridicolo? ". "Colo! ar ar ar".
L'IMMoninato premette l'eject e Don Sciriobondio fu catapultato in aria.
Tornò in auto dopo
mezz'ora. "Civviaggio interstellarez!".
Poi, dopo ingiurie e offese reciproce, ma sempre senza mettersi le mani
addosso, giunsero
al castello dell'IMMominato.
Intanto, così per ricordarlo ai miei 23 elettori, come mai al raduno
clericale non c'era
Frà Cheo (dio che bella persona)? Esso medesimo era stato mandato a
rimini
dal papa a
convertire le cubiste e altri peronaggi in cerca d'amore. Si era fatto
il
suo giro insomma.
La messa era frequentata e volentieri: fragolino sfuso e ostie alla
pancetta
e prugne
assicuravano la redenzione, anche intestinale. Celebri i suoi sermoni di
stampo bizantino
ermetico:"Dio è uno, cazzo, ma perchè in culo vi entra e in testa no? E'
questione di fede,
tonti". E lì, tra una messa e l'altra, si disperava: anni prima poteva
diventare il cowboy
migliore d'america, ma era andato storto qualcosa. "Quel dannato
cavallo",
pensò tra sè,
"MA cosa gli era preso?", poi, d'un tratto, come un'allucinazione
corretiva,
si ricordò
vagamente che dal culo del cavallo spuntavano due piedini. "Ma no,
impossibile. Che schifo.
Non mi dire che..no...la cosa più probabile è che erano piedini del
cavallo
che usava
quando si sedeva". Erano pensieri che lo tormentavano.
Ma in fondo chissenefrega.
Capitolo XXIV
Giunti al castello, l'IMMominato e Don Sciriobondio entrarono nel
castello del primo, continuando a discutere animatamente. L'IMMominato,
a volte, gli dava dei coppini, ma il preticello non riuscì mai a capire
da dove venissero, e se fossero umani. "Io so che tu sei mafiaz, che tu
controlli tutto lo territorio circostantez", disse il preticello.
"Sbagli, figlio di un dio minorato, io mi sono convertito, sono stufo di
questa vita, mollo tutto". Salirono le scale a chioccia ed entrarono
nella stanza dell'Abella Kiakim. Mentre Radio Pigiama, la radio che si
tocca, mandava "Ring my bell" di Gloria Gaynor, la donna era nel letto
che si strusciava una foto di Renzo Ramello tra le gambe, . "Questolo è
un foto-montaggio. AR AR AR!" disse Don Sciriobondio. La donna si scusò
per l'equivoco, e cercò di rimediare all'imbarazzo con una domanda:"Ci
facciamo una trombata a tre? Non mi sono mai fatta un parroco". "Neanche
io mi sono mai fatto una donna vera", rispose Don Sciriobondio, pensando
alla sua perpetua colla barba da mullah. "Basta cazzate", riprese l'IMMominato,
andatevene fuori di qui, non voglio più avere a che fare con voi. Andate
a stare da qualche giorno a casa di quel sarto là, come si chiama, ah
si, Taglia 42. Avrete notizie più avanti". La donna e il preticello
abbandonarono il castello e si avviarono a piedi lungo la statale, come
dei pellegrini. Ogni tanto l'Abella Kiakim scopriva la coscia per far
fermare qualcuno, ma quando accadeva, Don Sciriobondio, pensando di fare
cosa gradita, si alzava il telo dietro mostrando le chiappe chiare, e
gli automobilisti scappavano inorriditi e urlando. Grazie al caso, passò
un autotreno con la scritta "Dj Lembo esporta in Ghana articoli della
Brembo", e Don Sciriobondio riconobbe il suo amico. Si mise in mezzo
alla strada con le braccia aperte cercando di fermare il tir. Dopo
un'inchiodata di 60 metri e pastiglie di freni che cedevano come burro
nel forno, il mezzo si fermò davanti al naso di Don Sciriobondio, ancora
con le braccia aperte, che disse "Sono troppo crasto". Tutti si
tranquillizzarono, se non fosse che Dj lembo scendendo dal mezzo non
mise in folle, e il preticello si ritrovò attaccato all'albero motore.
Risolta la sgradevole situazione, tutti e tre si diressero in Paese, nel
negozio di alta moda Taglia 42. Intanto, nel castello, l'IMMominato fece
chiamare i suoi bravi e il loro capo, Nibbiomax. "allora boassa, vi ho
chiamato tutti qui oggi per rendervi nota una mia decisione, di una
svolta nella mia vita e nei miei gusti". I bravi tremarono a queste
affermazioni, e cercarono con lo sguardo il celebre preserva penzolante.
Esso non c'era. Poteva esserci solo un motivo, pensarono sudando.
L'aveva già indossato e li stava per fottere tutti quanti. Invece no.
Venne loro spiegato di come avesse abbandonato il mondo della
macrocriminalità per reinventarsi uomo di chiesa. "Ora, figli della
grappa, io vi chiedo una cosa, qui e ora: chi vuole, come me,
abbandonare un passato fatto di tantissimi soldi sporchi, bei vestiti,
belle donne, auto veloci, potere, tram gratis, abbonamento ridotto ai
cinema, sconti in libreria, ecc, per un futuro radioso di casta e
orgogliosa povertà, privazioni, stenti, tristi espedienti, umiliazioni
corporali e spirituali, puzza e demenza senile?". L'IMMominato riaprì
gli occhi e non vide più nessuno, se non il suo bravo di fiducia,
Nibbiomax. "Conta pure su di me capo". "Bene, però devi abbandonare
l'arsenale e armarti di ben altro". Nibbiomax pianse in silenzio. Un
maggiordomo entrò e porse al bravo le sue nuove armi: una pistola
caricata ad acqua santa mista a tritolo liquido, e una crocifisso in
platano e rame a scariche elettriche. "OOOOKKK, Vaaaabeeeeneee". Don
Sciriobondio e l'Abella Kiakim entrarono nell'atelier taglia 42. Roba di
classe. Radio Pigiama, la radio elegante, ci mandava "Are you in?" degli
Incubus. I due si guardavano estasiati da tanto stile made in italy:
cappotti in cammello profilato, giacche di iguana, maglioni in lattex,
eleganti smoking in pelo di nubiana, camicie in cotone e piume di
gabbianoIl preticello si soffermò però a guardare due manichini: uno
vestiva un solare giubbotto arancione e scarpette di metallo in tinta, e
l'altro manichino un vestiva una preziosa ed esclusiva giacchetta in
penne di corvo ostiense. "Bellissima scelta, amico mio!", disse 42 col
metro in mano, misurando il preticello. "No, non fa per mez"."Devi
assolutamente cambiare questo abito smunto di taglio squallido. E che
stoffa del cazzo, tra l'altro. Cos'è, pellicola per i riiuti
differenziati?". "Don Sciriobondio si guardò allo specchio, si girò più
volte, e si annusò anche. Puzzava pure. "Tranquillo parroco, in poco
tempo ti ci faccio su un abitino che ti mando le suore in sollucchero,
che ti raddoppio i manifestanti alla messa, ti metto giù un robino che
la gente si converte solo a vederti".
Capitolo XXV
Von Rodriguez era sdraiato nel suo ampio ed erboso giardino a forma di
testa di daino. Con una mano teneva elegantemente un thriller ad alta
tensione:"Il Creazionista", di Ciao Darwin. Alla riga <e la pecora dopo
migliardi di anni assunse una forma lanosa>, il Von si eccitò un poco,
mentre con l'altra mano accarezzava la pancia di una vacca distesa
accanto a lui, spossata, che fumava. Un suono interruppe quell'arcadico
idillio di pace e tenerezza cortese: la melodia di dj goliardico "siamo
tutti maiali". Era il suo cellulare che suonava. Una chiamata in arrivo.
Chi cazzo poteva essere? E soprattutto dov'era il suo cellulare? La
vacca guardò il Von con occhi bovini, e lui capì che il suono arrivava
dritto dritto dalla pancia della mucca, che annuiva. Il Von si alzò la
manica coi merletti di salamandra, e infilò ammiccante il braccio nel
culetto stretto e mai banale della bestia. "Ti piace eh?", le disse lui
conscio di sapere come si tratta una femmina di classe. Dopo qualche
minuto a ravanare nel torbido, tirò fuori il cellulare che ancora
squillava, anche se con meno voglia. "Pronto, sono il Von Rodriguez io,
tu chi cazzo sei?" "Heylà capo, sono il Pube!" "Ah...Dai, dimmi veloce
che ho da fare, io" "E' successo un casino. Un mio informatore dice che
la protezione animali deve parlarti, anche se davvero non ne capisco il
motivo. Ti conviene cambiare aria per un pò." Il Von chiuse la chiamata
urlando "Vacca ladra!". La bestia lo guardò con gli occhioni pieni di
dispiacere, e lui le accarezzò il testone per calmarla. Si alzò in
piedi scrollandosi di dosso un ermellino che gli uscì dai pantaloni, e
tirò un urlo alla tarzan tanto forte che giù in paese pensarono che,
finalmente, l'apocalisse era vicina come non mai. All'urlo del Von
Rodriguez giunsero dozzine e dozzine di animali, circondandolo
sull'attenti. Von disse:"Ragazzi, piccoli miei, tesori della mia vita,
devo lasciare per un pò questo eden. Andrò a Milano. Non sarà per molto.
Ho bisogno di riflettere". Muggiti, ragli, squittii, e altre rumori
incorniciarono quell'arrivederci.
Il von prese in mano la sua medaglietta col faccino di Anubi, la baciò,
e disse "Lui mi proteggerà". E si allontanò con le bestie che lo
guardavano in lontananza contro il sole triste, mentre il cappotto di
cammello profilato seguiva le onde del vento. Pube mise giù il
telefonino, dopo la conversatio col suo signorotto. "Allora, quanto
manca?, chiese a Gd, che era alla guida sui tornanti che portano a
Bellagio. "Fra poco dovremmo vederlo", rispose Gd ingranando l'ottava, e
scaricando i 600 cavalli da soma del motore sulla strada. E dopo qualche
minuto di sorpassi in curva, Pube che mostrava alle carovane superate il
dito medio, la gente che dalle case rimaneva atterrita alla vista di
quella bravo nera col tettuccio in pelo rosa, e con una nuova
aerografia sul cofano: un giubbotto arancione con la scritta,
all'incontrario, "levatevi dai coglioni, arrivano i bravi, siam
campioni", e Radio Pigiama, la radio che sorpassa, mandava a tutto
volume <Je so' pazzo> di Pino Daniele, videro davanti a loro una Duetto
rossa. Alla guida Don Sciriobondio, di fianco la sua perpetua, Drirce,
col foulard al vento. Il preticello diede distrattamente un'occhiata
allo specchietto retrovisore, e vide due fari di luce arancione
avvicinarsi alla velocità di un Tomcat. Ebbe un tuffo al cuore. "Santiddioz,
i braviz!" Drirce si voltò indietro, e gli volarono via le ciglia finte,
che finirono sul parabrezza della Bravo. "Che schifo!", urlò il Pube,
entusiasmando il Gd che schiacciò l'acceleratore a fondo. La bravo
tamponò la Duettoz ad un velocità di 250 km orari, tanto che il
contracculo fece perdere la parrucca rossa di Drirce mostrando un cranio
rasato e un tatuaggio sulla nuca <Scirio forever>, in lettere
sarde. "Sto perdendo tutta la mia femminilità", disse Drirce lisciandosi
la barba a punta. La duetto fu sbalzata avanti. Ma non bastava. Non a Gd
almeno. Di nuovo gas, e tanto. Cinque secondi gli era di nuovo sotto,
spingendo la duetto sui 300 km orari, sui tornanti del lungolago, coi
turisti tedeschi ai bori delle strade che urlavano raus raus, tutti
sporchi di senape. Dopo aver ridotto la duettoz ad un rottame mentre Don
Sciriobondio urlava "bastaz! Bastaz!", Pube guardò Gd e je disse
"Finiamolo". Gd sorrise, premette un tasto arancione sul cambio,
un'enorme scoreggia equina uscì dagli scarichi laterali: tamponò la
duettoz giusto in curva, mandandola giù dallo strapiombo in quel ramo
del lago di como. Durante il volo Drirce uscì dalla vettura agitandosi
come un pupazzo gridando "ti amo". Sciriobondio rimase attaccato al
volante pensando "E' finitaz". Poi l'auto si inabissò nei neri abissi
lacustri, e stormi di pescecani si avvicinarono a cerchio. Drirce invece
finì dentro una petroliera. Pallanzasca scese dall'auto e si sistemò il
cappello. Di fronte a lui, il negozio di moda d tendenza Taglia 42.
Pallanzasca entrò con una certa sicurezza. Gli si parò immediatamente
contro 42, il titolare. "ma che bell'ometto che abbiamo qui oggi!",
disse 42 misurando col metro Pallanzasca come se fosse un comodino. "No,
io volevo.." "Lo so lo so cosa vuoi. Via questi stracci, quest'impermeabile
da vecchio maniaco da giardino scolastico.." "no no, io vorrei..." "...e
via quel cappellaccio che ti copre quella belle fronte spaziosa come un
campo di grano che ne sai.." "No no, io avrei bisogno..." "...adesso
ti metti lì e ti trasformo io, un bel completino ingessato modello
degente.." "Basta!", urlò Pallanzasca estraendo la pistola. "Ma
che brutta persona che abbiamo qui oggi", disse 42 arretrando schifato.
"Dov'è l'Abella Kiakim? So che si nasconde qui, la tapina" "Non so di
cosa tu stia parlando" "Ah no eh?", pallanzasca tirò un calcio rotante
ad un manichino, scomponendolo. "Ok ok, sei un duro, è evidente. Abella
vieni fuori" Da una porticina ne uscì lei, la Kiakim, vestita da
ballerina del Moulin Rouge, su consiglio sapiente di 42. Pallanzasca si
irrigidì. Ma poi notò che aveva dei mutandoni d'acciaio, per via del suo
voto fatto tempo prima di non darla via a nessuno mai più. Pallanzasca,
un professionista, abbandonò il pensiero di scaricare il revolver contro
l'acciaio per aprirlo, e disse "Vieni via con me" "No!", urlò lei
attaccandosi ad un vestito di squame di tonno, sui cui tra l'altro aveva
già messo gli occhi il Pube. "Hey, lascia quell'abito!", disse 42. Dopo
vari strattoni Pallanzasca per mettere fine alla diatriba sparò tre
colpi al cuore del manichino, uccidendolo. Prese per mano l'Abella
Kiakim, la trascinò fuori contro la sua volontà, e la buttò nella sua
auto, ammanettandola al freno a mano. Era un professionista, Pallanzasca.
Capitolo XXVII
Ma torniamo, finalmente, al protagonista assoluto di questa orrenda
storia: Renzo Ramello. Ricordiamo ai nostri 38 lettori rubati
all'agopuntura che il nostro era scappato con la cotica tra le gambe da
Milano dove era -ingiustamente- reputato et mediamente additato come
rezionario bolscevico, fiancheggiatore occulto dell'ETA BETA e
collaborazionista squinquacchero. Il medesimo si era quindi rifugiato
nel bergamasco, e poi anche nella provincia di Bergamo, dove lavorava
suo cuggino che poi suo cuggino non era: Respecto Iscariota. Elli
lavoravano indefessi in una stamperia di euri falsi per tirare a
campare. Tanto per ricordarci di che cazzo stiamo parlando. Renzo
Ramello era in pausa pranzo, col suo fagotto di pane e nutella, seduto
sotto un banano secolare. Stava ovviamente pensando alla sua dolce
amata, la sua vergine, la donna della sua vita: certo, l'Abella Kiakim.
Una colata di nutella sul suo gilet scamosciato gli fece riflettere
sull'assurdità degli eventi: lui, uomo di spaccata onestà, di saldi e
radicati valori, e anche un bell'uomo, voleva solo spossare la donna che
amava, comprarsi una casa, un cane, e abbonarsi a sky. Perchè mai degli
uomini cattivi cattivi non lo permettevano? Una banana gli cadde giusto
a fianco, sbucciandosi da sola. Renzo ramello, uomo devoto oli a dio, lo
prese per un buon augurio. E proprio mentre si stava appartando dietro
un cespuglio per ridare alla natura ciò che essa chiedeva tramite
gorgheggi et umori intestinali inequivocabili, gli si avvicinò Respecto
Iscariota. Ramello si ricompose subito con una smorfia orrenda dipinta
sul viso, che non c'è ostacolo più grande alla serenità che qualcuno che
rompe i coglioni trenta secondi prima di cacare l'inverosimile. "C'è
posta per te, Ramello!" "Ah. Me la leggi che io non sono capace?" "Ma
certo. Dice. <Sono matre di Abella Kiakim punto Mia figghia non ama più
te punto Dimenticaci punto Ti allego centomila euro per toglierti dal
punto Lei tanto non te la dà più appunto> "NUUUUOOOOOOO", urlò Renzo
Ramello, abbracciando il banano e scuotendelo con vigore. Eccitandosi.
Entrambi. "Che schifo le donne eh?", disse Respecto, con l'occhiolino.
"Non finisce qui! Lei sarà mia! Viva o morta, io verrò in lei!" "Quale
sarà la nostra prossima mossa?" "L'unica possibile: radunare qui con noi
tutti i disperati, reietti, pezzenti, lavavetri, avvocati, banditi della
società, la feccia della feccia, le persone più brutte dentro che evati,
lo schifo di questa terra, e marciare sul Milano conquistandola. Solo
allora sarò un uomo di potere!" E rise isterico. Ormai era fuori di
testa. Mica come prima. Tempo qualche giorno, e la zona era piena di
drogati, disperati, dipietristi, interisti. Il peggio del peggio era là,
pronta ad ascoltare il loro condottiero che a dorso di un bardotto
istigava la folla. "E allora, sapete chi sono io?" "RAMELLO!", urlò la
folla. "Allora, mi seguirete? Fatti non fummo per viver come le bbestie,
siamo nati come uomini liberi..." "RAMELLO!" "...non ci piegheremo alla
forza bruta dei potenti!" "RAMELLO!" "...perchè possono toglierci
tutto.." "RAMELLO!" "...ma non la nostra...." "RAMELLO" "...la nostra
libertà!!!" "RAMELLO!" Il bardotto tirò giù una cacata diarroika da
venti chili, e lo sgonfiamento gettò Ramello proprio dentro. "A' Ramè, è
mezz'ora che te stanno chiamando", disse Respecto.
Capitolo XXVIII
In un torrente di acqua fresca il Pube si stava lavando le ascelle, con
aria di sfida e con un unico, grande, obiettivo: vincere lo sporco
impossibile. O almeno arginarne l'invasività. Gd, invece, sull'erba,
stava limando le scarpette per renderle a punta, e renderle più
aereodinamiche. Accanto a lui una rivista patinata: "GT Shoes tuning".
Ormai, come si è capito, senza il loro capo Von Rodriguex non avevano
più un cazzo da fare, convinti anche di aver tolto di mezzo anche Don
Sciriobondio e la sua fedele e femminile perpetua Drirce. Erano allo
sbando, senza valori nè scopi concreti. L'assenza del loro capo si
fece ancora più acuta quando Pube vide alla sua destra un lupo e alla
sua sinistra una pecora, che si abbeveravano. Al Pube pareva stessero
dicendosi qualcosa, ma non capiva. "Senza il Von non siamo un cazzo",
disse triste il Figa Doro. Gd scosse la testa, e forse si battè anche il
petto. Con le scarpe. Ai piedi.
"Ho un'idea!", esclamò dopo qualche minuto Gd. "Hey Gd, non siamo soli!"
"Sono io che ho parlato!" "Ma la voce ha detto che aveva un'idea!"
"Ascoltami socio", sorvolò Gd, "Facciamo un ultimo colpo, il colpo del
secolo, e poi chiudiamo questa vita di menzogne, di ricatti, di
nincidenti finiti in tragedie, di bollette non pagate e pasti
approssimativi" "Cosa ti rulla nella testa, amico arancione?" "Un colpo
in banca, al caveau del Banco Di Milano. Il colpo perfetto, ben studiato
nei massimi particolari, che poi coi soldi scappiamo in un posto
lontanissimo dove possiamo vivere il nostro lieto fine, un posto
soleggiato e caldo dove le fanciulle ci fanno aria. E noi anche, in
piena libertà d'espressione" "Che posto hai in mente, fratello di
guai?", disse Pube lisciandosi la figa. "La pianura di Gaza" "Si,
bella", rispose l'altro cercando di ricordarsi dove cazzo era. "Ma non
ce la facciamo in due", disse Gd. "Cosa?" "Il colpo! Abbiamo bisogno di
un terzo". I due pensarono per una ventina di minuti. "Slartigrisofast!",
urlò Gd, svegliando il Pube. "Ma non è più lo stesso. Da quando gli era
venuta la mania del quel cazzo di nano, ricodi?, è diventato
l'ombra di quello che era un tempo." "Lo riporteremo alla ragione. Egli
è l'unico che può farcela. Guarda che stiamo parlando dello Slartigriso,
quello che riusciva a uccidere un piccione con una bomba a mano"
"Si, e poi apriva la gabbia" "Quello che ha fatto saltare il ponte all'
Ok Corral" "Si dai, chiamalo e incontriamoci" Renzo Ramello a bordo del
suo bardotto chiamato Buhcefalo passò in riga il suo esercito di
diecimila fuori di testa: in prima fila a falange, armati pesantemente,
contadini a cottimo armati di rastrello e pentola in testa. Dietro,
fanteria leggera: agricoltori con cesti di cachi e fichi e noci da
lanciare. Ai lati, la cavalleria pesante: drogati e matti a bordo di
asini, cani, e maiali incendiari. L'armata così scomposta si mosse dal
bergamasco in direzione Milano. Un
Unico obiettivo: la Libertà. Renzo Ramello guidava questi uomini
d'onore, e al suo passaggio la gente ai bordi delle strade gridava "Ramello!
Ramello!", gettandogli petali di rose, riso, segatura, biglie, bidè,
qualunque cosa per dimostrare la loro stima. Ma c'era la solita
varibiale: Respecto Iscariota, che seguiva Renzo Ramello e gli brillava
una luce fosca negli occhi. E a Milano, nel mentre, era già arrivato il
Von Rodriguex. Ricordiamo ai nostri 27 lettori sottratti alla
cottura che ormai si era superato il limite: il cambio lira euro aveva
buttato la popolazione nello sfinimento, nel terrore, nella morte e
nella povertà. SI era ad un passo dalla rivoluzione di classe. Sacche di
resistenza si formavano come emorroidi nel culo di un frequentatore
assiduo di macdonald. La polizia non esisteva più e la violenza era
schietta e sincera. La gente chiedeva dove fosse il pane, e le coca
cole. SI moriva di fame così, senza accorgersene. Von Rodriguex stava
parlando con un passante quando questo gli cadde per terra. Era appena
morto di fame, gli dissero. Il Von, col suo prezioso cammellato e vari
anelli di osso sacro, stonava con lo squallore circostante. Ma anche
ello soffriva. Soffriva dentro. C'era un vuoto enorme da colmare, e non
aveva scelta. Si avvicinò ad un losco. "Hai della roba?" "Cosa vuoi?
Coca, ero, xtasi, maria, pasticche, colla?" Il Von, circospetto:"Una
pecorella..ce l'hai?" Il pusher aggrottò la fronte umida. "Cos'è?" Il
Von si trattenne a fatica." Lana, beee,... hai presente?" "Che strani
sintomi..roba da ricchi?" "Pirlotto d'un drogato. Voglio una pecora,
l'animale" "Ecchettenefai?" "Ce l'hai o no?" "Bah..ho la mia personale"
"Ma è vergine?" "Ti pare?" Il von gli diede cinquanta euro e si
allontanò con la pecorella al guinzaglio, dicendole "calma piccola,
calma. Ci sono qua io, ora" Ma a parte questo, la città stava per
scoppiare. I malati si accatastavano ai lati delle strade, interisti che
si lamentavano strappandosi le dita per non contare gli scudetti persi,
e i monatti giravano per la città a recuperare i degenti e buttarli nei
lazzaretti. Ma la scintilla che fa traboccare il vaso, la goccia che
infiamma la sterpaglia, accadde la sera: il Von si distese sul letto di
un ostello, e accanto a lui la pecorella. Fu una notte di passione
infinita, corpi torbidi che si amminchiano, umori e sensazioni colavano
lungo le coperte, rantoli e belati scuotevano il silenzio dilaniandolo,
matasse di lane sbigodinate con violenza. Quello che il Von non seppe, e
che presto tutta la civiltà occidentale avrebbe scoperto a caro prezzo,
era che lui era raffreddato e la pecorella era infetta. Dalla soluzione
dei due nacque così la peste bubbonica.
Capitolo XXIX
L'armata puzzona di Renzo Ramello partì da Bergamo in direzione di
Milano al suono di tamburi e bonghi. Questi i fatti: Conquistò Dalmine
con facilità, mettendo a ferro e fuoco tutto il possibile, sterminandone
gli abitanti, violentando nonne e bambini e pisciando sui loro luoghi
sacri. Poi cinse d'assedio Capriate per tre ore, ma non riusciva a
prenderla. Un oracolo capriatese venduto gli disse che poteva prendere
la città e guadagnarsi i favori della popolatio solo sciogliendo un nodo
di una bicicletta: Ramello tirò fuori l'uccello, il suo, e pisciò sul
nodo, sciogliendolo in tutti i sensi. La popolazione lo esaltò come
figlio di dio, ne vagheggiò il coraggio e soprattutto la raffinatezza.
Trezzo e Cavenago aprirono direttamento le loro porte dalla paura.
Agrate, invece, non cedette. Dopo dieci ore di assedio i soldati già
mugugnavano. Allora Respecto Iscariota gli venne un'idea, e la sussurrò
all'orecchio sempre aperto e ricettivo del Renzo Ramello. L'armata finse
di ritirarsi, gli agratesi uscirono dal recinto e videro un mammuth.
Vivo, che brulicava il terreno. Sulla pancia un graffito: "Il mammuth
porta fortuna". Gli agratesi, gente semplice, lo spinsero in città. Di
notte, col favore delle tenebre, il mammuth prese ad avere
un'espressione di confiltto: nella sua pancia c'erano Ramello e Respecto,
campioni di igiene, che cercavano di uscirgli dal culo e conquistare la
città con l'inganno e la furbizia. La panza della bestia cominciò a
rumoreggiare vistosamente. I due si afrettarono ad uscire per evitare
un'eventuale colata di merda dinosaura: cominciò Ramello,
coraggiosissimo. Buttò fuori prima i piedi, poi le gambe e il bacino. Ma
il culo della bestia stringeva sempre più. Iscariota gli metteva fretta,
forse il bestio stava per cacare e non sarebbe stata una situazione
facile da affrontare. Ramello con uno sforzo stoico riuscì a calare
anche il busto. Ora mancava solo la testa, ma il culo del mammut
stringeva come un cappio. La gente si svegliò per i rumori bestiali e
uscì dalle case avvicinandosi al bestio. E vide. Vide l'Improbabile: Il
Mammuth stava partorendo un essere umano, a cui mancava solo la testa.
Gli applausi e gli auguri scrosciarono,
la gente batteva le mani ad ogni sforzo della bestia di partorire. E
poi, finalmente, con una scoreggia e una fumata bianca, uscì. Ramello
cadde per terra sotto gli sguardi della gente che lo proclamò Figlio Del
Dio Mammuth. Di respecto Iscariota, invece, non si seppe più niente, al
momento. Dopo essere stato eletto anche Re di Agrate, riprese la sua
marcia vittoriosa verso Milano.
Gd fermò la Bravo accanto ad una casetta di marzapane sperduta in
campagna. Ne scesero e quatti quatti entrarono in casa. Videro una
ragazza impiccata al lampadario. "Salite", gridò una voce. Essi
salirono, mentre Radio Pigiama mandava "La cura" di Battiato, al primo
piano, dove videro, nell'ordine: un nano su una sedia elettrica, morto.
Due nani nudi in una bacheca piena d'acqua, morti. Altri due crocifissi.
Un sesto nano impalato, morto. Poi videro Slartigriso di spalle,
incazzato come la notte. Davanti a lui una ruota su cui era legato un
altro nano. Vivo. "Che stai facendo capo?", chiese Gd. "Sto ottenendo
informazioni", rispose Slartigriso tirando una frustata al nano urlante.
"E le hai avute?", chiese Pube. "Evidentemente no, non è che lo faccio
per divertimento", disse il loro capo tirando uno schiaffo al nanetto.
"Ma chi o cosa sono?", chiese il Gd. "Nani", riprese lo Slartigriso,
"Volgarissimi nani senza valori. Non mi vogliono dire dove si trova
Otto" "Ma non lo conosco!", urlò la vocina nanetta, continuando a girare
sulla ruota della morte. "Ma come non lo conosci?? Non è che siete un
miliardo voi nani! Parla o ti faccio fare la fine degli altri sei! Avete
finito di rompere il cazzo con <andiam, andiam a lavorar>!" Ma neanche
dopo le scosse elettriche il nano parlava. Slartigriso si allontanò
dicendo "Finitelo. Poi parliamo del colpo", e scese al piano terra. "Ma
dobbiamo ucciderlo?", chese Gd. "Credo di si. Fallo tu, che io non
uccido nani" "Ah, io invece non faccio altro eh!" "Come ti chiami?",
chese Pube al nano. "Cucciolo", rispose l'altro sempre girando. "No, non
riesco ad ucciderlo", disse Pube andandosene e scuotendo la testa.
Rimase Gd, a guardarlo, con tenerezza. "Vuoi morire?", gli chese dolce.
"No!" "Ma tutti dobbiamo morire" Poi, uno sparo. E lo scacciacani di Gd
assunse il nuovo, terribile, nome di scaccianani. Intanto a Milano era
giunta l'armata composta e disciplinata di Renzo Ramello. Un unico suo
ordine diede il via:" Bruciate tutto". Seguirono devastazioni e
saccheggi in tutta Milano, morte e sangue ovunque. Ma la fortuna
abbandonò, di colpo, il Renzo Ramello. Mentre dormiva il sonno dei
giusti e dei belli, fu prelevato e incatenato dal kuklux klan, comandato
all'uopo da respecto Iscariota. "Perchè mi hai tradito, Respecto
Iscariota?" "Perchè mi hai lasciato nel mammuth. Dopo che ne sei uscito
e mi hai dimenticato il bestio ha avuto un attacco di dissenteria, e io
ero là in mezzo che pregavo che tu mi salvassi. Invece te ne sei
fregato. E io ne ho pagato le orrende conseguenze che mai e poi mai
potrò dimenticare. La notte non riesco a dormire" "E cosa mi farai,
traditore?" "Ti butterò nell'arena di San Siro, a combattere con gli
altri schiavi!" L'armata senza il suo capo leggendario, si disperse in
tutta la lombardia, obbligando la gente a lasciare i campi per
rifugiarsi nei castelli della zona. L'IMMominato si svegliò, bagnato
peraltro, perchè suonò il campanello del suo castello. Andò ad aprire e
si vide davanti la madre dell'Abella Kiakim,
Don Sciriobondio e Drirce. "Mi spiace, non ho monete", e chiuse. "Per
favore, ci sono i pirati in giro, facci entrarez!" "Ma ancora tu? Ma non
dovevamo vederci più?" Drirce fece gli occhi dolci, sbattendo i palpebri
pesantemente truccati, e l'IMMominato li lasciò entrare per pena. Dopo
due ore tutto il suo castello era pieno di gente che si rifugiava come
topi quando tornano i gatti.
Capitolo XXIX bis
Milano. Tafferugli , sommosse e odore di salamella. Banco di Milano. Di
fronte, posteggiata alla cazzo ostruendo il passaggio per i disabili,
una bravo nera con tettuccio in pelo rosa. Le porte, a gabbiano
viennese, si aprirono e al suono di Radio Pigiama, la radio che rapina,
che mandava "Three is family", ne uscirono: Gd, con calato sul volto un
collant arancione 40 denari, e in mano la scacciacani pronto ad essere
utilizzato, se necessario. Il Pube, con una bandana che avvolgendogli la
testa gli
copriva la figa per renderlo assolutamente irriconoscibile, in mano il
suo fido sparachiodi palestinese che tante volte lo aveva tratto
d'impaccio. E poi lo Slartigriso, con pantaloni in pelle di biancaneve
trucidata precedentemente, torso nudo, una maschera di Rasputin, in una
mano il suo fedele AK68 mod. Woodstock, e nel'altra una bottiglia di
vodka con scritto Shell V-Power. Slartigriso diede un sorso, e disse
"Diamo inizio alle danze". Attraversarono la strada, Gd tamponò un'auto
mandandola fuori strada, ed entrarono armi in pugno in banca, gridando
"Questa è una cazzo di rapina!". Terrore e sgomento sul volto dei
presenti, alla vista di quei criminali senza pietà. Mentre Slartigriso
radunava i clienti spingendoli in bagno a calci nel sedere, Gd si
occupava delle telecamere: gli sorrideva e si metteva di trequarti,
dicendo "Italia Unoooo!". Pube, agile come un cane guida, balzò al di là
del vetro trapassandolo, prese il direttore per le caviglie,
trapassandogli i talloni con uno spiedo e lo trascinò giù nella sala del
caveu. "Allora, dammi la chiave!". "No so di cosa stai parlando" Pube lo
torturò scuotendo il direttore con una furia inenarrabile, col calcio
della pistola gli colpì la fontanella e ci buttò dentro anche tre
monetine. "Ok ok, te lo dico. La chiave ce l'ho nel culo" "Scusa?" "La
chiave del cavò, è infilata sul per il mio culo" "Bè, infilati la mano e
tirala fuori" "Non riesco da solo" "Ah, me stai a provocà eh?", disse
Pube sparando chiodi in giro per sfogarsi. "No no" Pube stese il
direttore, uomo grasso, per terra e gli saltò sulla pancia ripetutamente
urlando "cagala stronzo, cagala!" Ma non ne usciva niente, se non del
gas che fece barcollare il bravo. "Cazzo! Ma si può?", disse Pube,
"Che sfiga". Intanto, di sopra, lo Slartigriso gridava "Ma che cazzo sta
facendo quello là? Quanto cazzo ci mette ad aprire un cavò? ora scendo
io. Gd, piantala di di fare i provini alla telecamera e tieni a bada i
clienti. Usa la forza, se necessario". E scese. "Ma che cazzo state
facendo?", chiese Slartigriso vedendo il direttore a pecorina e il Pube
che gli guardava nel culo. "C'ha la chiave nel culo, sto demente" "E
allora? Si vede che sei un pischello. Mò ti faccio vedere io come si
risolvono le situazioni di QUALUNQUE tipo con stile, professionalità e
cortesia. Si alzò la manica, (si, era a torso nudo ma le manoche le
aveva), e disse al direttore "Conta fino a cinque". Di sopra, intanto,
Gd continuava a fissare la telecamera, dicendo: "Le mie nomination
sono". Ma c'era un uomo, in banca, tra i clienti, che era pericoloso. Un
uomo che era lì per ritirare trecento milioni di euri dal conto della
famiglia Abella, con regolare delega della correntista. Il suo nome era
Pallanzasca. Eno Pallanzasca. Vedendo che era rimasto solo un rapinatore
al piano terra, e che era leggermente distratto, estrasse felino il suo
revolver in ottone, e si avvicinò alle spalle del Gd con la classe di
uno gnu in calore. La voce del direttore si sentiva in tutta la
banca"Fino a cinque? Ok. Uno.. Due.. Tre.. AAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHH", un
urlo immondo travolse l'etere, che lo si sentì anche dalla strada. La
gente si fece il segno della croce, e sputò per terra. Qualcuno disse
che l'apocalisse stava finalmente arrivando. Gd, per l'urlo, soprassaltò,
e Pallanzasca, pochi metri dietro di lui ne approfittò per sparargli tre
colpi. Gd cadde per terra in avanti, ansimante. Guardò l'ultima volta la
telecamera con la coda dell'occhio e sussurrò "Pubblicit..". Respecto
Iscariota spinse Renzo Ramello nell'arena delle bestie, appunto. Gli
spalti pieni di spettatori paganti per vedere sangue, e tanto. Renzo
Ramello, solo con un perizoma, era armato con una roncola e uno scudo di
latta. Si aprì il primo cancello: nell'arena entrò, incattivito, un
gorilla. Che lo assalì. Ci fu lotta senza regole, calci nei coglioni,
banane infilate dove si poteva, sangue che colava sul corpo della
bestia, ma anche su quello del gorilla. La gente applaudiva felice e
contenta. Le famigliole compravano pop corn per i figli belli. Dopo un
pò, l'esito: vittoria di Renzo Ramello, che aveva staccato la testa del
gorilla a morsi. Applausi scroscianti. Poi fu il turno di un'altra
bestia: entrò un tricheco enorme. La lotta fu impari, povero tricheco.
Renzo Ramello gli saltellava intorno tempestandolo di gomitate e di
roncolate. La gente acclamava. Poi un'altra bestia: un bisonte. Fu
testate a testate per mezz'ora, poi il bisonte crollò esausto, morendo.
Poi un orso polare artico: Renzo ramello uscì dal combattimento con un
nuovo indumento sulle spalle. Poi, l'ultimo: un polpo gigantesco. La
lotta fu davvero dura. I tentacoli del bestio lo provocano in ogni dove,
stringendolo in alcune parti, infiltandosi in altre, e slargandolgi in
altre ancora. Ma lui era Renzo Ramello, ne aveva passate di cose mica
per morire tra le braccia di un polipo del cazzo. Si fece forza e prese
a testate la
bestia fino a ridurlo pronto per un coktail. La gente piangeva, tanta
era l'emozione e le forte sensazioni che stava provando quel bel
pomeriggio. Un unico urlo inondava Milano: Emilianus! Emilianus!
Emilianus! E Respecto Iscariota si mordeva le mani dall'invidia. Poi le
tolse dalla tasca. Del suo schiavo.
Capitolo XXX
Slartigriso, feroce e indomabile come un cinghiale scozzese, e il fido
Pube entrarono nel cavò della banca, misero i migliardi in dei sacchi
neri e ne uscirono da vincitori. Si soffermarono un attimo ad osservare
il direttore, ancora a pecorina coi pantaloni abbassati, che rantolava
"mi hanno rubato la chiave, mi hanno rubato la chiave..". Slartigriso,
uomo non certo privo di una certa pietas, gli reinfilò la chiave nel
culo. Poi sentirono tre colpi di pistola tre al piano superiore.
Capirono che non era l'arma di Gd, poichè essa aveva più un rumore
legnoso, e di corsa ma con stile salirono velocemente le scale. E lì
videro l'Assurdo. Gd a terra, col giubbotto slacciato. Il tempo si fermò
e si dilatò. Il Pube urlò cadendo in ginocchio "NUUUOOOO!!" Ma non ci fu
tempo per le emozioni e i ricordi. Pallanzasca puntò il revolver verso
lo Slartigriso, e diede un sorso di whisky dicendo "Ci rivediamo eh,
dopo lo spiacevole incontro in casa della fica monaca di Monza. Datemi i
soldi ora!". Slartigriso, con un gesto rapido di polso e anche della
mente puntò a sua volta il AK68 verso il Pallanza. "Pagherai pizza per
quello che hai fatto, delinquente".
"Fermi tutti, polizia!". I tre si girarono e all'ingresso videro Otto
vestito da chips con gli occhiali specchiati a goccia, in posizione
tipica da recluta, due pistolini in mano, una verso il Pallanza, l'altra
puntata allo Slartigriso. Pube si svegliò dal dolore giusto in tempo per
alzare lo sparachiodi infallibile verso Otto. "Otto?", disse il
Pallanzasca, mirando sempre lo Slartigriso. "Ottonano?", ripetè
Slartigriso sempre puntando il Pallanzasca. "Cazzo ci fai qua, nanuncolo?",
chiese Pube. "Siete tutti in arresto!", urlò Otto. "Ma caro, io sono
Slartigriso, non mi riconosci?". "E io sono Eno, il tuo proprietario".
"Basta!", urlò Otto, "Mi avete deluso tutti e due. Per il vostro egoismo
mi avete strappato gli arti che ancora oggi dal calzolaio mi vergogno a
chiedere di provare la scarpa destra a sinistra!". "Ma cos'è una scarpa
in confronto al fascino del cammino in sè?", disse Slartigriso. "Buttate
le armi e alzate le mani ben in vista!". "Aahahah. Sennò?", chiese Pube.
"Papà!", gridò Otto dietro di sè. Il terreno prese a tremare,
all'ingresso apparve un'ombra animala sempre crescente. I tre smisero di
respirare. E all'ingresso apparve Motumbo, con abiti stretti da
poliziotto, nelle mani pelose stringeva un lanciarazzi anticarro. E tirò
giù un urlo che la bottiglia di vodka dello Slartigriso scoppiò. Fu
tensione. Furono lacrime. Ottonano rideva arrogante. E disse "Papà,
fagli male". A quelle terribili parole ai tre cominciò a tremare il culo
vistosamente. Motumbo alzò l'arma nella loro direzione e con l'altra
mano si abbassò la zip con un rumore metallico simile al cancello di una
fortezza, e ci fu un fuggi fuggi comprensibile. Il Pube, agile, prese il
corpo inerte dell'amico Gd sulle spalle e si buttò nella strada laterale
attraverso una finestra con le sbarre. La superò, ma si ferì alla figa,
che sanguinava. Slartigriso riparò nei bagni. Pallanzasca non sapeva
dove cazzo andare. L'unica scelta era difendersi e morire gloriosamente.
Cominciò a sparare col suo revolverino verso il bestione, che ne rideva.
Questo alzò il lanciarazzi nella sua direzione, ed Eno strappò dalle
mani di una signora delirante in ostaggio un passeggino biposto
gemellare, e lo usò come scudo. Partì il primo razzo. Giù la parete
nord, e decine di morti senza nome. Pallanzasca prese uno dei due
gemelli e lo lanciò contro Motumbo, che lo mangiò al volo. La madre ne
soffrì tantissimo. Partì un rutto e un altro razzo, e vennero giù altre
due pareti. Altre decine di morti ingiustificate. Pallanzasca era alla
fine ormai. Aveva finito le munizioni e gli rimaneva un solo gemello.
Prese l'unica decisione possibile. Alzò il bimbo che urlava, gli infilò
due litri di whisky giù per la gola, gli infilò della corda nel culo e
accese la miccia. L'espressione del bimbo era inequivocabile.
Pallanzasca sollevò il pargolo con due braccia e lo lanciò verso Motumbo.
Che lo mangiò al volo. Ma poi si fermò di colpo, gli occhi a palla,
interrogativi. Ottonano smise di ridere."Papà, c'è qualcosa che non
và?". Motumbo non rispose. Tutti gli ostaggi lo guardarono. Pochi
secondi dopo esplose tutta la banca, centinaia di morti da fuoco amico
sotto le macerie. Ma le macerie erano le protagoniste in tutta la città
di Milano. Solo in un posto c'era pace e serenità e fratellanza: lo
stadio di San Siro, dove Renzo Ramello aveva appena combattuto e vinto
uno struzzo gigante e si era guadagnato, ancora una volta, l'amore della
gente per bene. Riacquisì la sua libertà e il suo abbigliamento '70's
fashioned, e decise di abbandonare l'idea di conquistare Milano ma
riprendere la ricerca dell'Abella Kiakim. Ma aveva un problema , un
grosso problema. Emorroidi. Un enorme emorroide che lo sbilanciava
all'indietro, una zavorra fisica e mentale che stava uccidendo la sua
prestanza e la sua brillantezza. Un passante gli disse che non era
un'emorroide. Era solo peste bubbonica. Dev'essere stato il prolungato
contatto con tutte quelle bestie durante i combattimenti. Al limite
della depressione rubò una Guzzi e, senza mai sedersi, andò a Rimini, da
Frà Cheo, che stava spopolando come fattucchiere. Trovò il frate che
stava distribuendo le ostie al pistacchio. Con uno sparapalline da
tennis. Mirava i fedeli e gli sparava le ostie in bocca gridando che dio
era grande e che la mira era il segno della sua elezione. Ramello fu
sfiorato da un'ostia che gli ustionò l'orecchio buono. Alla fine della
messa gli si avvicinò. Si abbracciarono. Ramello disse "Sei contento di
vedermi?". "No, è solo la croce. Ma dimmi, perchè hai perso la tua
elegante postura da tanghero?", e si fece il segno della croce. Ramello
si voltò e mostrò una protuberanza sulla chiappa sinistra. "Ah, la
chiappa del diabolo", disse Frà Cheo pensieroso lisciandosi il mento e
sputando nell'acquasantiera, puruficandola.."No, è peste bubbonica". "Maccazzo!",
urlò il frate arretrando schifato. "Vade retro, immondo!", gridò
puntando una croce in bronzo verso il Ramello, dispiaciuto. "Cosa posso
fare, fratello?". "E' opera del diavolo, te lo dico io telo. Ma io so
come liberarti dal male". Andarono nella sala degli esorcismi, dove
Radio Pigiama, la radio che smonda, mandava "liberatemi" di Biago
Antoniacci. Frà Cheo sistemò il Ramello, insultandolo, su una sedia
chiodata e saltellandogli intorno cominciò a frustarlo con un mestolo
urlando incomprensibili (a Ramello) frasi in lingue morte. "Alea jatta
est. De gustibus no disputandem. Mutanda mutandim. Pants rei. Carpa diem.Ora
non labora. Qui pro Vobis. Monica bellucci". Ma il diavolo non uscì. Fra
Cheo prese un anguria colorata di giallo e disse "Ora usiamo il limone".
"Che grosso che è" "Sei tu che sei piccolo" Battezzò il limone con del
martini al pizzicagnolo e si avvicinò al Ramello gridando "Giuditta
escine!", e spinse il limone battezzato. Furono urla senza precedenti,
la gente in paese abbandonò i mestieri e scappò nelle case chiudendosi
in bagno a cacare dalla paura. Ma alla fine Renzo Ramello si alzò sano e
salutare, dicendo ciao, e con un'inspiegata voglia di banane. Ramello
era appestato e aveva vinto la malattia grazie alla scienza applicata.
Una settimana dopo ci furono dei funerali magnifici. C'erano Pube e
Slartigriso, che era fuggito dalla banca passando per le fognature e
cibandosi delle Turtles. I loro sguardi umidi e cespugliosi sbattevano
contro una bara arancione avvolta da un giubbotto in tinta. Radio
pigiama, la radio che esequia, in tutto il cimitero, mandava "I'll
be missing You", e la pioggia acida uccideva i fiori sulle altre tombe.
La tristezza e la malinconia era tangibile. La bara fu buttata giù nella
buca scavata da cani senza fissa dimora, mentre i passanti si fermavano
a pregare quel grandissimo personcino che era stato in vita, gettando
fiori, monete, biglietti da visita, palline di pongo, e scarpe.
Molta gente, ma molta molta, appese le proprie di scarpe al chiodo
cominciando a girare per il mondo a piedi nudi, lacerandoseli senza dire
bè. Sulla lapide fucsia una foto del Gd sorridente da giovane, con la
scritta <Chazzo ghuardi?>. I due amici piangevano lacrime amare
per ore. Il Pube si lacerò la giacchetta disperdendo piume di corvo in
tutta la zona, lo Slartigriso versò tutta la vodka nella Madre Terra,
come massimo omaggio. Poi Pube prese le scarpette legate tra loro coi
lacci in nappa mongola, le mise nel cannone e le sparò nell'universo,
allargandolo. Ancora oggi, si dice, col cielo sereno, nelle notti della
luna a tre quarti, indicando col dito, si dice e si mormora che si
possono vedere le scarpette che vagabondano per l'universo in cerca di
un nuovo padrone alla loro altezza.
Non lo troveranno mai.
Capitolo XXXI
Von Rodriguez si svegliò nel pieno della notte tutto sudato e accaldato.
Nel buio tastò accanto a lui, sul letto. Si, la foca che aveva
conosciuto la sera prima c'era ancora, e stava dormendo. Accese la luce
e la guardò, toccandosi un pò. Ma non riusciva a eccitarsi. Continuava a
sudare e a sentirsi male. Gli venne un conato, poi un'altro e un'altro
ancora. Alla fine sboccò sulla foca. Ma questa ancora nulla. Allora la
girò e vide che era morta, era una foca morta. "Quanta passione,
stanotte", pensò. Ma continuava a stare male, ad avere i brividi. Allora
sollevò di peso la foca deceduta sotto la quale c'era il suo cellulare
(usato durante la notte non come telefono), e chiamò lo Slartigriso.
"Ciao, sono il Von" "Ciao Von. Perchè non c'eri al funerale?" "Di chi?"
"Di Gd" "Gd è morto?" "Non me lo ricordare, per cortesia" "NOOOOOOOOOOOOO"
"Si, morto sparato da Pallanzasca. Alle spalle, vigliaccamente" "Senti
Slartigriso, io sto male. Mandami qui un dottore, uno bravo" "Allora
Pube, riusciamo a partire o stiamo qui a grattarci i pollici
opponibili?", chiese Slartigriso, seduto a fianco del Pube che cercava
di mettere in moto la Bravo del Gd. "Ma qui non si capisce una sega.
Come si fa ad accendere? Non c'è la chiave! Sono tutti pulsanti in pelo,
leve in lattice, stringhe che pendono!" "No so, fai qualche prova" Pube
schiacciò un tasto. Il tettuccio di pelo rosa si aprì andandosi a
conficcare nel bagagliaio, con un urlo. "Bella macchina, anche cabrio"
Schiacciò un altro tasto. Una scossa elettrica sorprese lo Slartigriso.
Provò un altro. Uscì aria calda dal cruscotto. Aria calda. Capirono che
era una scoreggia artificiale. Pube schiacciò anche altri tasti, a
vanvera: sul sedile posteriore comparve una bambola gonfiabile a a forma
di irene pivetti, una mano uscì dal sedile e accarezzò la testa del pube
e un'altra gli stringeva i capezzoli, poi uscì uno spray
smacchiagiubbotti, e tante altre amenità. Dopo sei ore la macchina si
accese. Dopo altre tre partirono. Con uno scatto 0-100 km in un secondo.
Al Pube gli si pettinò la figa. Suonò la porta. "Chi va là?", urlò il
Von Rodriguez, indebolito. "Sono il dottore". La porta si aprì. Comparve
Respecto Iscariota col camicie bianco, il faretto in testa acceso,
e la valigetta con l'etichetta <Chit del piccolo medico>. "Piacere, io
sono il dottor Iscariota. Per servirla" "Speriamo. Cosa devo fare?" "Si
stendi sul letto". Il Von si stese sul letto e diede un calcione nel
culo della foca, facendola rovinare giù per terra. "Questa è una foca?",
chiese Respecto "Così si è presentata" Respecto palpò il polso della
foca. "E' morta" "Ma ha vissuto alla grande. Ora parliamo di me. C'hò i
brividi dottò, non mi ci sento bene, c'è debolezza in me" Respecto tirò
fuori gli auricolari dell'ipod e li appoggiò sul petto del Von Rodriguez.
Poi fece alcune smorfie, scosse la testa più volte, e sbuffò.
"Cosa c'è?" "Non lo si sa ancora. Si gira una attimo" Con la massima
attenzione il Von si mise a pancia in giù. mostrando cicatrici, graffi,
ditate e zoccolate sulla schiena. Iscariota scosse la testa.
Rumore di biglie che cozzavano. Poi mise via gli auricolari e si
allontanò. Il Von si rivestì. "Allora dottore, cos'ho?" "Tu hai la peste
in forma avanzata, stile bubbonico periodo blu" "Nooooo. Bè, mi dia
delle medicine, checcazzo" "Vado a prenderle. Lei stai qui
assolutamente. Si metti nel letto e si riposa un pò." Respecto
uscì, e chiusa la porta dietro di sè prese il cellulare. "Pronto FBI
Protezione Testimoni Animali? Sò dove si trova il Von Rodriguex, quello
che contrabbanda in bestie esotiche, quello che stupra le galline nelle
campagne circostanti, il cattivo insomma. In cambio di una trentina di
dobloni ve lo consegno"
Rimini. Chiesetta di Frà Cheo. Suonò il campanello: TRI-NI-TA'. Frà Cheo
scese dal letto col suo pigiama in pelle dalai lama e aprì la porta-
"Siamo della CSI. Abbiamo qui un corpo di una persona deceduta in
un'esplosione di una banca a milano. Dai doumenti si chiama Eno
Pallanzasca, e abbiamo trovato solo questo indirizzo" "Coraggio, fate
avanzare la barella" La barella avanzò, sopra un corpo coll'impermeabile.
Puzza di whysky e gin con lambrusco. "Non saprei se è lui. Aprite
l'impermeabile" Lo aprirono. Sotto era nudo come un'alga, come il frate
aveva sempre sospettato. "Non so ancora se è lui", disse il frate triste
forse mentendo a sè stesso medesimo, "giratelo". Lo girarono. Sulla
chiappa destra un tatuaggio religioso: due bottiglie sormontate da una
damigiana: l'enotrinità. "E' lui, cazzo". Funerali senza precedenti nel
campetto di golf della chiesetta. Pioveva. Pallanzasca fu messo nella
baradamigiana e interrato. La gente urlava il suo dolore picchiandosi
con le mazze da golf e ingoiando le palline. Gli occhi di Frà Cheo erano
bagnati, poi smise di piovere. Ancora oggi, si vocifera e si sussurra,
che pallanzasca da sottoterra preleva le palline andate in buca e il
giorno dellìApocalisse tornerà in vita e le tirerà tutte contro
l'anticristo.
Analisi dell'autore sul personaggio: Il Nano
Bè, caro Von Felix, il nano è un espediente
letterario (eh? ma come parli?) che mi ha permesso di creare una
struttura più intricata rispetto all'originale, francamente un pò
datata, secondo me. Ma il nano non esaurisce certo così le sue funzioni:
esso, invero, assume la sostanza metaforica dell'Io dei personaggi che
ivi (chi? ivi zinicchi?) ci si imbattono. Diventa specchio delle paure e
dei desideri dei personaggi stessi. Il nano in realtà parla poco, perchè
ognuno di noi gli sente dire quello che ci vogliamo sentir dire, ognuno
di noi gli riversa addosso le sue fobie e le sue manie. Per esempio,
Slartigrisofast, personaggio negativo, solitario, dedito alla
delinquenza più efferata, uomo che vive, agisce e pensa limitatamente al
suo mondo criminale popolato di gd e pubi, vede nel Nano quella parte di
amore che nella sua vita evidentemente mancava e che
aveva creato una laguna da riempire. Forse per lui rappresenta il Figlio
che non ha mai avuto. Lo cresce, lo insegna, gli vuole del bene. In
Slasrtigriso c'è la mutazionez da personaggio negativo in un embrione di
personaggio poisitivo, come dire, per tutti c'è salvezza. Slartigriso è
come Gilgamesh che trova il suo Enkidu, come Achille col suo Patroclo,
come Eracle con Iolao. Coppia impari e disarmonica, ma necessaria per
smuoverne i sentimenti e renderli Grandi e farli agire dando ascolto al
loro cuore (ahaha, ma ciddici?). D'altra parte, Pallanzasca, personaggio
positivo ma che in realtà è negativo ma che poi fondamentalmente è
positivo, avviene un miracolo molto simile. Anch'esso solitario e
criminale, vede nel Nano un compagno, un giocattolo, un bimbo, che lo
vuole bene e che non fa domande. Pallanzasca cinicamente è come se
avesse comprato l'Affetto, pagandolo, perchè per lui anche gli affetti
hanno un prezzo, un valore da corrispondere. Il Nano dunque ci
rappresenta l'Altro di cui abbiamo bisogno
noi persone solitudianarie e lunari, e un pò egoiste. Pallanzasca è
l'Eroe straordinario che trovando l'Altro riesce a diventare Eroe Del
Quotidiano. Non tratta il Nano come un figlio, ma come un feticcio su
cui riversare il suo bisognodi amare, a suo modo. Un Renzo Ramello,
tanto peddire, non subisce alcun fascino dal Nano. Infatti gli dà fuoco,
dopo averlo investito. Questo perchè Ramello ha già la sua parte
complementare, che è l'Abella Kiakim, con cui chiude e si esaurisce la
Coppia. Nella vita di Renzo Ramello non può esserci spazio per un Nano.
Renzo Ramello è personaggio positivo, solare, rappresenta un pò l'Eroe
popolare e popolano, alla Robin Hood, alla Zorro. Egli abbisosogna della
tragedia (nel suo caso l'impossibilità di sposare la tonna che ama) per
eroicizzarsi, per compiere grandi ed epiche gesta. Egli non agisce,
reagisce. Non sente quindi bisogno di Nani. Cosiccome non ne hanno
bisogno Gd e Pube, che si complementano, che già fanno coppia. Infatti
lo guardano male, lo scherzano e lo ridono. Lo loro coppia è già salda,
è chiusa e a posto così, come altre celebri coppie tipo Starsky e Hutch,
Cochi e Renato, Ponzio e Pilato. Non può esistere Gd senza Pube, e
viceversa. Un'altro che non ne sente il bisogno e Nibbiomax, che pur
ricoprendo il ruolo di Slartigriso (capo dei bravi), non dà spazio
all'Amore o ad Altro, essendo che lui è completamente folle. La Follia è
la sua compagna, il Nano non gli rappresenta nulla di cui ha bisogno.
Nibbiomax ha la Follia come Renzo Ramello ha l'Amore, che tu m'insegni
essere evidentemente fatti della stessa sostanza (ar ar ar, macomo ti
vengono?). Anche Von Rodriguex (hai presente?), non necessita di un
Nano, poichè anche
lui ama. Ma mentre per Renzo l'Amore già c'è, per il Von l'Amore è un
obiettivo quasi fine a sè stesso. Il chi amare è un dettaglio. Ello, per
riempire la propia vita sperperata solo a lavorare o conseguire
obiettivi concreti, si trova ad amare per riempire quel vuoto osceno. Al
suo Ego manca appunto qualcosa, ma non è il Nano, a meno che non fosse
stato il nano a dover sposare Renzo. Per il Von è importante il ruolo
che le persone ricoprono, non chi o cosa sono. E' il mezzo, la violenza,
il sopruso, l'ingiustizia, che lo affascinano. Il Von teme l'Amore, ed è
per questo che non può comprarlo come il Pallanzasca, o affezzionarsi
come lo Slartigriso, bensì rubarlo, depredarlo, farne una preda da
controllare e soggiogare possessivamente. Il von è personaggio che ci
ricorda Agamennone, cattivo dentro, deciso e spietato nei propositi,
senza dubbi. Differentemete dall'amletico Immominato. Ma almomento in
cui siamo arrivati nel romanzo è prematuro tracciarne un profilo
esaustivo. Ma il Nano non è, ovviamente, solo l'Amore. E' tanto altro.
Ricordiamo allegramente che nasce da una persona (il Brazo) che non
potrebbe partorire. Qualcuno parlerebbe di Immacolata concezione. E
nasce da un uovo, come Elena di Troia e Polluce (uno dei Dioscuri),
entrambi figli di Zeus. Lo stesso Brazo è personaggio archetipico:
abbandonato dai genitori, solitario, quando inontra Frà Cheo (grande
uomo, secondo me), muore (come maschio) e rinasce (come femmina), viene
crocifisso e apre una nuova corrente di pensiero. Dio, ne staremmo a
parlare per ore, eh Von? E comunque io devo essere copletamente
ricoglionito.
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